sabato 17 settembre 2011

L'esperimento Milgram e la natura umana

Cari amici...
Torno finalmente alla serietà. Una chiaccherata con un amico mi ha fatto conoscere un esperimento sociologico che mi ha sconvolto.

Nel 1961 lo psicologo Milgram mise in atto un esperimento volto a spiegare il comportamento di un individuo sottoposto ad una autorità. Venne costituito un campione di esseri umani maschi tra i 20 e i 50 anni, di varia estrazione, con degli annunci; scopo fittizio: partecipare dietro compenso ad un esperimento sulla memoria e l'apprendimento.
Il partecipante (P) veniva messo in una stanza con l'esaminatore (E), che poneva domande ad un suo complice (C) posto in una stanza attigua, collegato alla prima da cavi elettrici. Ad ogni errore di C, il partecipante P (ignaro del fattto che C è d'accordo con E) avrebbe dovuto premere uno dei trenta interruttori, in ordine crescente di voltaggio, davanti a sè, sottoponendo C ad una scarica punitiva (dai 15V di base ai 450 finali, decisamente pericolosi). La stanza attigua nell'esperimento iniziale non era visibile, ma organizzata in modo che P potesse sentire le risposte ed eventuali grida o implorazioni provenienti dall'altra parte (architettate da C). L'esaminatore E esortava il partecipante P a continuare nonostante tutto, presentando la cosa come necessaria. Il 62,5% dei partecipanti non si oppose per giungere sino alla scossa finale.

Mutando le condizioni dell'esperimento mutano anche i dati: impedendo a P di sentire le grida fittizie del complice, la percentuale si alza al 65%; consentendo inoltre di vedere (a quel punto C dovrebbe simulare bene) oltre che di ascoltare, la percentuale si abbassa al 40% (percentuale un pò altina mi sembra...).

Al di là dello scetticismo che mi prende nel considerare propriamente scientifiche queste speculazioni, la cosa mi ha turbato non poco: cosa si dimostra? Si dimostra che far giungere un individuo ad uno stato eteronomico (stato in cui non ci si ritiene più responsabili delle proprie azioni, ma si delega la responsabilità all'autorità che ce le ordina) non è poi così difficile. E che riteniamo un'azione (aggressiva gratuita) ragionevole o no, necessaria oppure no, dipendentemente dal contesto in cui ci troviamo.

Un fattore non indifferente in questo momento mi appare la componente del controllo, del potere che si ha su un altro essere vivente. A partire da questo esperimento si fanno facili paralleli con il celebre esperimento del '71 del "carcere di Stanford", in cui ad un gruppo di studenti consenzienti si affidarono i ruoli di secondini e carcerati e la situazione degenerò in episodi di violenza e disumanità inaudite (credo siano stati ispirati anche alcuni film da questo e dai meccanismi di definizione di un gruppo sociale codificato in contrasto con un altro). Dove vanno a finire le nostre pretese di umanità, a fronte di episodi di follia collettiva come il nazismo o gli abusi di guerra? Cosa è più naturale?

Consentitemi un parallelo audace. Il sesso è una delle manifestazioni più primitive e naturali dell'essere umano. Pensiamo a quanta importanza ha il controllo e il gioco delle parti in una componente così spontanea della nostra vita (dal punto di vista puramente meccanico, l'atto stesso è una forma di controllo dell'uomo sulla donna; non è un caso che certe violenze destino notevole stupore se perpetrate da una donna). Pensiamo a quanto, in alcuni casi patologici, il fulcro risieda proprio nel controllo del corpo, delle sensazioni altrui.

Cosa siamo? Io, come ben sapete, credo nell'enorme potenzialità positiva dell'essere umano, che per me è più di un animale. Ma ciò che è più profondo, più inconfessabile, più nascosto, non sarà diverso dall'idea comune che abbiamo? Il pericolo c'è. Vedete... La cosa che mi turba (e dovrebbe turbare anche voi, oppure inizio a preoccuparmi) è che qui non si tratta di sopravvivenza. Studi di ogni sorta dimostrano che in situazioni estreme il sostrato sociale tende a sfilacciarsi e la morale a indebolirsi (si pensi al cannibalismo forzato). E fin qui... Ma quando si tratta di situazioni del tutto normali, la violenza gratuita come si spiega? Sono tutti pazzi? Penso per esempio alle angherie di certi esponenti della polizia (ricordo il G8). No. Il problema risiede nella sconfortante capacità dell'individuo di deresponsabilizzarsi che porta, talvolta, a disumanizzare, oggettivizzare un altro individuo per consentire al peggio di sè di esprimersi. Sono inquietato...

Cosa ne pensate? Se volete andate pure al di là dell'esperimento in sè e riflettete su episodi vicini e lontani di potere esercitato al di là dei limiti: vedrete che anche senza Milgram alcuni dubbi potevano venirci.

1 commento:

  1. conoscevo questo esperimento, tra l'altro ne hanno fatto anche un altro simile, nel quale hanno diviso un gruppo di volontari di ogni età e estrazione sociale in guardie e carcerati, in una struttura simile ad un carcere.

    hanno dovuto interrompere l'esperimento quando dopo qualche giorno le finte guardie, sentendosi investite di una autorità seppur fittizia, hanno iniziato a dare di testa incominciando a seviziare o in qualche maniera a comportarsi da "aguzzini" nei confronti dei finti carcerati.

    il bello è che tutti sapevano che erano tutti ruoli finti.

    ci hanno fatto anche un film, davvero pesante (e molto esagerato stando a ciò che mi è stato riferito da persone che ha studiato queste cose) che si chiama "the experiment" ma che da l'idea dell'accaduto.

    comunque secondo me l'istinto di sopraffazione e di controllo sull'altro è ancestrale e annidato dentro di noi.
    che poi questo bisogno arcaico si manifesti con atti cruenti e che con la razionalità noi cataloghiamo come terribili, o assurdi, o inconcepibili, questo è un altro discorso, perchè noi osservatori esterni valutiamo la questione attraverso la ragione.

    chi è all'interno di certe dinamiche non sempre riesce a far prevalere la razionalità sull'istinto.

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