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lunedì 10 giugno 2013

CARNAGE

Bellissimo questo film del 2011, Carnage, diretto da Roman Polanski. Tratto da una piece di successo del 2007 di Yasmina Resa, Le Dieu du Carnage, scrittrice francese. Il plot è trasportato nella New York americana, senza perdere la sua forza espressiva.

Io adoro questi film di impostazione teatrale (ricordo in particolare Delitto perfetto di Hitchcock). Ambientato per tutta la sua ora e venti in una stanza, scorre veloce e divertente. Gli espedienti per mantenere l'unità di luogo sono tutti squisitamente teatrali e, in parte, la resa cinematografica e il realismo ne risentono. Ma il tutto è talmente godibile che diventano parte del gioco.

La trama è semplice. Due coppie di coniugi si ritrovano nella casa di una delle due per discutere posatamente del fatto che il figlio dodicenne degli ospiti ha colpito con un bastone il figlio dei padroni di casa per futili motivi. I tentativi di mantenere la calma sulla faccenda piano piano si sfilacciano, rivelando ansie, geometrie dei rispettivi rapporti, nevrosi e cinismo. Da un certo punto in poi si dimentica completamente la ragione per cui si discute, svelando il fatto che tutti e quattro hanno preso l'episodio dei figli come un pretesto per scatenare gli istinti meno nobili e meno buonisti della loro natura. Quando sopraggiunge l'alcol la situazione degenera.

Interessante il fatto che le contrapposizioni non sono statiche, ma cambiano di volta in volta, in un carnevale via via sempre più grottesco che vede essenzialmente tutti contro tutti.

Oramai siamo abituati a colpi di scena scioccanti, cinematografici, plateali ad effetti speciali, che nulla hanno a che fare con le saporitissime discussioni su fatti insignificanti, che celano ben altro, proprie degli allestimenti teatrali. In questo si perde tutta la parte dell'interazione con lo spazio e la centralità dell'attore. Tutte cose assolutamente banali, prive di interesse nei film drammatici di grande respiro, acquistano un significato particolare: dei fiori, un criceto, un libro e così via, perché su un palco vero non ho gli effetti speciali. Si rende insomma agli oggetti presenti la loro plasticità, non sono un semplice ornamento da sfondo.

In film come questi (quattro personaggi) tantissimo deve valere la performance degli attori. Tutto questo crollerebbe di fronte ad una interpretazione difettosa. In un certo senso questi sono esercizi di stile e di classe per quelli davvero bravi, al di là del fatto che si ha a che fare con delle riprese.

La coppia dei padroni di casa è interpretata da John C. Reilly (lo ricordavo solo per essere stato il marito di Julianne Moore in The Hours) e Jodie Foster (vista in milioni di film, Oscar per un film in sé decisamente scadente come Il silenzio degli innocenti). Il primo ha la parte a mio avviso più facile delle quattro, quella del bontempone un pò insipido, specchio di un'ignoranza non priva di sadismo. La seconda è la tipica radical chic impegnata politicamente, appassionata di arte, scrittrice di un saggio sull'Africa martoriata dalla guerra, colei che sa come allevare i figli. Al secondo posto nella mia classifica e, in un certo qual modo, il personaggio più coerente di tutti. Abbiamo al terzo posto Christoph Waltz (il bravissimo e cattivissimo generale nazista di Bastardi senza gloria), per il quale recitare la parte dello stronzo cinico deve essere stata una passeggiata. Il suo personaggio è il più banale di tutti, ma ha la caratteristica di passare moltissimo tempo al cellulare, dovendo rendere efficaci il cambio di espressioni di atteggiamento in situazioni differenti.

Seppur la sceneggiatura lasci ampio spazio a tutti per esprimersi, complice la fortuna di aver ottenuto il personaggio più bello dei quattro, Kate Winslet si dimostra ancora una volta come una delle mie attrici preferite e una spanna sopra agli altri tre. Ci siamo da tempo oramai lasciati alle spalle la Rose di Titanic.   Io l'ho amata in Revolutionary Road e in The Reader. Il suo è il personaggio che più di tutti deve cambiare la sua mimica facciale, perché in principio è il più posato e alla fine avrà visitato gli abissi più sconvenienti.

Alla fine del film ho pensato a quante volte la morale sociale comune ci tiene lontani dal dire ciò che ci passa per la testa, ci preserva dal compiere gesti inconsulti, ci invita a risolvere le controversie con la diplomazia. Ho poi anche pensato a quando invece lo sfogo è stato possibile e a quanto bene possa fare urlare e distruggere oggetti. Il blocco ci deriva dal fatto che questi sono atteggiamenti che ci imbruttiscono o semplicemente dal fatto che se tutti dessimo in escandescenze non sarebbe possibile vivere tutti insieme?

sabato 2 febbraio 2013

DAYS, the cross movie...


... ovvero la prima serie web girata con possibilità di visualizzazione interattiva. Ricordate i vecchi librogame? Ecco, il concetto è lo stesso, ma la scelta su come proseguire la storia avviene tramite i click del proprio mouse: ad ogni bivio si può scegliere quale dei protagonisti seguire per andare avanti.

E' stata Fiorenza, la mia vicina di casa (che nella serie interpreta Myrta), a sponsorizzarmi questo progetto studiato appositamente per il web. Esiste già una prima stagione girata sotto la regia di Flavio Parenti e autoprodotta, ma per andare avanti il gruppo ha bisogno di sponsor, per cui sono stato invitato a guardare, pubblicizzare e commentare nella sezione di youtube.

Che dire? A me sembra un'idea geniale e mi chiedo come sia possibile che nessuno ci avesse ancora provato: complimenti quindi!
Ho già visto due volte la prima stagione, non nel senso che l'ho rivista ma che l'ho seguita con due percorsi differenti. E le possibilità sono molte di più, piano piano me le girerò tutte...

Quindi guardate, cliccate i mi piace, twittate e, in generale, condividete!

domenica 30 settembre 2012

Due film pesanti da vedere


Terza puntata di "Due film da vedere", questa volta dopo la bruttezza e l'uguaglianza, è arrivato il momento della pesantezza.

Esatto: i due film che sto proponendo non sono esattamente quel tipo di film che ti guardi in scioltezza come guarderesti una commedia di Woody Allen, però a me sono piaciuti tanto!!



Il primo è "Nòi Albinòi", produzione islandese del 2002, diretto dallo sconosciutissimo (almeno per me)  Dagur Kàri, narra le vicende di una cittadina islandese perennemente innevata, presentando diversi personaggi.



Il protagonista Noi, ragazzo introverso e problematico, il professore, i genitori, la bella Iris, sono descritti e presentati in maniera strana, sottile, delicata, ma non per questo poco efficace.
Le ambientazioni e la fotografia a me sono piaciute molto, malinconia riflessiva allo stato puro.
Una cosa che contraddistingue questo film sono i tempi: piatti, lenti, riflessivi, si da molto peso agli sguardi, ed i dialoghi sono piuttosto scarni.
Tutto ciò è condito da una serie di immagini e scene simboliche, che danno l'impressione di non cogliere fino in fondo dove voglia arrivare il regista, ma che comunque trasmettono un certo senso di "ineluttabilità".
Il finale è piuttosto improvviso ed inaspettato, originale.


Insomma, un film alla fine del quale non ci si alza "leggerissimi" ma che comunque vale la pena di essere visto, anche perchè tutto sommato dura abbastanza poco: circa un ora e mezza.



Altro film proposto è "Solaris", tratto dall'omonimo capolavoro di fantascienza di Stanislav Lem.

Ovviamente non mi riferisco al "Solaris" del 2002, quello con George Clooney, bensì a quello diretto da Andrej Tarkovskij , produzione sovietica anno 1972!!
Questo film è stato presentato al 25 esimo Festival di  Cannes vincendo il "Gran Prix speciale della giuria"



 Se vi piacciono i film veramente LENTI questo è il film che fa per voi.
La trama (che segue più o meno fedelmente quella del libro)  descrive le vicende che  si svolgono all'interno della base spaziale nei pressi del pianeta Solaris, il quale è composto da un immenso oceano organico, e del quale gli studi degli scienziati non riescono a spiegare la natura.

Nella base iniziano ad avvenire fenomeni inquietanti: pare infatti che l'Oceano sia un organismo pensante e capace di materializzare i pensieri delle persone.. Così il protagonista, uno psicologo di nome Kelvin (mandato la per indagare su questi avvenimenti), ritrova sua moglie, defunta anni prima.

A supporto di questa trama, molto bella secondo me, vi è una produzione direi buona, almeno detto da uno che di cinematografia russa non se ne intende molto.

Anche in questo caso a farla da padrone è il fattore tempo, molto spazio alle espressioni, alle ambientazioni, sintetiche e minimali, ma efficaci.
Non so se tutta la cinematografia sovietica fosse così, ma stiamo parlando di un film nel quale si hanno continue successioni di campi lunghi, primi piani, mezzi piani, e i dialoghi sono ridotti all'osso.
Il fatto che questo si protragga per circa 2 ore e 35 minuti vi da l'idea della "leggerezza" di questo film..

Però mi è piaciuto (anzi, mi è venuta voglia di riguardarlo) e consiglio a tutti gli amanti di fantascienza di vederlo, ma anche e soprattutto di leggere il libro!!



Alla prossima puntata!


lunedì 17 settembre 2012

Recensione: La bella addormentata


Ieri sono andato a vedere "La bella addormentata" e, sotto richiesta di un altro blogger del VP, scrivo una breve recensione (ma l'avrei scritta comunque eh? deh!)

Film di Marco Bellocchio, non c'è bisogno che vi dica di che cosa parla

Questo film, come tanti film italiani degli ultimi anni, non mi è piaciuto, forse anche a causa delle aspettative che avevo..
Una considerazione però va fatta: il tema da trattare era difficile
Ho trovato buona l'idea con la quale è stato affrontato: diverse storie, in parallelo, slegate tra loro, che mostrano diversi modi e diversi punti di vista con i quali è stato vissuto il caso Englaro.




Cosa non mi è piaciuto di questo film:
  •  le luci e le riprese, di stampo televisivo, davano spesso l'impressione di guardare una soap opera in tv (fatta bene, comunque)
  • i personaggi, per lo più caricaturali e stereotipati, non una sfumatura, nessun fascino.. anche questo di stampo televisivo
  • i dialoghi: in certi momenti rasentavano il patetico
  • La pessima recitazione di diversi attori, tra cui Brenno Placido
  • Questo film non mi ha emozionato, non c'è un minimo di poesia, di atmosfera, di sentimento, di finezza.. Non mi ha trasmesso molto.


Cosa mi è piaciuto di questo film:
  • la denuncia politica, doverosa, nei confronti di uno dei momenti più bassi dell'allora governo Berlusconi, condita da tanti filmati originali di dirette parlamentari e interviste.
  • Il tema è stato trattato in maniera indiretta rispetto alla singola vicenda (del caso Englaro)
  • La recitazione del sempre ottimo Tony Servillo, ma anche Alba Rohrwacher e soprattutto Isabelle Huppert
  • Il finale, sicuramente giudicabile dai più come "buonista" a me tutto sommato è piaciuto (cioè il finale in se era piuttosto patetico, però nel quadro globale ha un suo senso)

Insomma, alla fine darei a questo film due stelline, anzi, facciamo due e mezzo, perchè, nonostante sia a parer mio fatto piuttosto male, bisogna tenere anche conto che per questo film sono stati bloccati i fondi per il cinema (chissà perchè.....)

Dunque, se qualcuno me lo chiedesse non consiglierei di andarlo a vedere, però se lo volete vedere vi consiglio di guardare anche Mare Dentro ,bellissimo film del 2004 di produzione spagnola, che tratta temi analoghi, ma, a mio avviso, in maniera decisamente piu fine, e, non ultimo, è fatto meglio (perchè anche l'occhio vuole la sua parte)

lunedì 18 giugno 2012

Due film uguali da vedere


E' già da un po' che volevo scrivere questo post, col quale vorrei mettere a confronto due fim secondo me molto simili, ma che hanno ricevuto critiche molto diverse.



Il primo film si intitola "La città di Dio" (titolo originale "Cidade de Deus"), è un film brasiliano del 2002, tratto dall'omonimo libro Paulo Lins.

Questo film narra le vicissitudini e la cruda realtà di una favelas di Rio de Janeiro (chiamata appunto "la città di Dio"), nel periodo che va dagli anni 60 agli anni 80, mettendone in evidenza l'evoluzione, i giochi di forza tra i vari poteri criminali, le dinamiche interne
Tutto ciò è raccontato in prima persona dal protagonista, che durante la sua vita  rimane un po' in disparte rispetto alla dinamiche del crimine vivendole in maniera trasversale, e che, alla fine, riuscirà a trovare la sua strada.




La trama è davvero ben architettata, durante la narrazione vengono presentati tutta una serie di personaggi, con le relative sottostorie piu o meno rilevanti, che si intrecciano in un connubio nel quale ogni evento è legato ad un altro, ogni personaggio è legato ad un altro, ma (è questo uno dei pregi del film) tutto ciò è riportato in maniera precisa ed ordinata.
Nonostante la complessità non c'è mai confusione, e ciò rende questo film davvero piacevole e scorrevole.

Inoltre le ambientazioni sono davvero curate, le luci e la fotografia bellissime, i personaggi sono raccontati con una grande naturalezza che non sminuisce però la loro individualità (piu o meno complessa).

Infine questo film è tratto da una storia vera, ed anche le varie sotto-storie che si intrecciano sono documentate.





Insomma veramente un film bello, aticolato, fatto bene, piacevole, sicuramente uno dei miei film preferiti in assoluto.




Passiamo ora al secondo film: "Il milionario" ("Slumdog Millionaire"), film del 2009, produzione indiana, regia di Danny Boyle.

Certamente tutti l'avrete visto, percui è inutile soffermarci sulla trama.
Dirò solo che a mio avviso questo è un mezzo plagio (mal riuscito) nei confronti di "City of God", in quanto entrambi i film narrano storie molto simili, con ambientazioni simili, ma quel che è peggio e che le narrano in maniera molto simile.

Anche in "Il Milionario" infatti viene raccontata la realtà delle favelas, questa volta indiane, attraverso gli occhi e la vita del protagonista (da quando era bambino fino a quando diventa adulto) narrato in prima persona, attraverso i cui racconti vengono introdotti tutta una serie di personaggi e sotto situazioni (proprio come nell'altro film)


La differenza secondo me è che in "Il milionario" tutto ciò è fatto molto peggio: alcuni personaggi sono poco credibili e al limite del caricaturale, le vicende sono a tratti assurde, a tratti vorrebbero passare per denuncia sociale, la trama è un po' caotica e fa riferimento a questa storia d'amore intorno alla quale gira un po' tutto il film, ma che alla fine si rivela un po' una storiella da due lire (vedi locandina), che si conclude con il coronamento di questo amore osteggiato da tutti e da tutto

Carina l'idea del far venire fuori questi ricordi attraverso le domande del quiz.








Insomma, come spesso mi succede mi trovo molto in disaccordo con la critica cinematografica: quello che per me è un mezzo capolavoro  ha vinto zero Oscar, quella che secondo me è una sua mezza scopiazzatura (tra l'altro neanche tanto ben riuscita) ne ha vinti otto....




domenica 27 maggio 2012

Due film brutti da vedere


E' la prima recensione di film che scrivo, e in una volte sola ne propongo due, in questo periodo di memoria per le vittime della mafia e alla luce dei recenti scandali interni della Chiesa e dello IOR



Il primo è "Un eroe borghese" diretto da Michele Placido e tratto dall'omonimo libro di Corrado Stajano.




Il film non è niente di che:  girato male,  tagliato male, le ambientazioni e le luci sono solo a tratti buone, e in generale il taglio televisivo dà la sensazione di essere piu di fronte ad una produzione in stile soap opera (beh forse ora esagero) che di fronte ad una pellicola cinematografica.


Insomma, un brutto film.


Direte voi, "e allora che lo consigli a fare?"
Per la storia che racconta,  che probabilmente non è conosciuta come meriterebbe: narra infatti gli ultimi anni di vita di Giorgio Ambrosoli, protagonista del film, il quale fu investito del ruolo di commissario liquidatore unico della Banca Privata di Michele Sindona (che, tra l'altro appare anche in una delle scene iniziali di "Il Divo)


 Piano piano (ma neanche troppo) Ambrosoli viene abbandonato dalle istituzioni e dalle autorità , dato che, svolgendo il suo lavoro in maniera onesta, fa venire a galla una serie di connessioni e intrecci tra mafia, stato, chiesa cattolica (informazioni che poi, pare, abbiano accelerato la scoperta della P2)

Alla fine Ambrosoli viene ucciso sotto casa sua, al suo funerale non parteciperà alcun esponente delle istituzioni.




L'altro film proposto è "I banchieri di Dio".


Se "Un eroe borghese" non è un bel film, "I banchieri di Dio" è  peggio.
Narra vicende parallele a quelle dell'altro film proposto ma si spinge oltre.



Ricostruisce credo fedelmente gli intrecci di quegli anni tra stato, mafia, chiesa cattolica, P2, servizi segreti : la crisi del Banco Ambrosiano, le tangenti a esponenti di Stato, la scoperta della P2 di Licio Gelli, gli strani rapporti con Sindona e lo IOR.


(Credo che la ricostruzione sia fedele non perchè conosca particolarmente bene questa parte della storia italiana, ma perchè la produzione è stata seguita dalla magistratura, che ha controllato non venissero riportate false informazioni)


Anche in questo caso il film si conclude con una morte, quella di Calvi, trovato impiccato sotto un ponte a Londra con in tasca dei mattoni e 15 mila dollari.


 

Un periodo oscuro e ancora misterioso descritto da questi due film, probabilmente non all'altezza del tema trattato, ma, tutto sommato, da vedere.


venerdì 27 gennaio 2012

Corso di recupero per gli oscar


Il Post propone l'elenco delle 9 pellicole che hanno ricevuto la Nomination nella categoria miglior film agli oscar 2012. Abbiamo tempo fino al 26 febbraio per aggiornarci e poter partecipare più consapevolmente all'evento.
Io parto male... ho visto solo "Midnight in Paris" e tra l'altro non mi è particolarmente piaciuto!

domenica 8 gennaio 2012

Miracolo a Le Havre



Cos'è. È un film franco-finlandese di Aki Kaurismäki, che racconta la storia di un lustrascarpe di Le Havre, Marcel Marx (André Wilms), la cui vita monotona e povera viene turbata da due avvenimenti: la scoperta che la moglie Arletty (Kay Outinen) è malata gravemente di cancro e l'incontro con un ragazzino, Idrissa (Blondin Miguel), immigrato dall'Africa e arrivato a Le Havre in un container con l'obbiettivo di raggiungere la famiglia a Londra. Durante la permanenza in ospedale della moglie (Marcel non si accorge di quanto sia effettivamente malata la moglie, che riesce in sua presenza a fingere di stare piuttosto bene), Marx si affeziona ad Idrissa e con l'aiuto della fornaia, del fruttivendolo e della barista vicini di casa, si prodiga per far attraversare la Manica al giovane immigrato, anche grazie al supporto di un detective della polizia sospettoso ma generoso.
Com'è. È un film sulla povertà, sull'emarginazione e sull'altruismo disinteressato, girato benissimo, pieno di pause, inquadrature fisse, silenzi e battute spiazzanti. È un film fuori dal tempo: è ambientato probabilmente negli anni '90, ma il quartiere in cui vive Marcel con la moglie sembra fermo agli anni '50. Questo quartiere di Le Havre è il luogo principale in cui si svolge il film: un quartiere povero e squallido, ma senza pregiudizi e in cui l'umanità, l'orgoglio e un malinconico ottimismo sono nascosti solo apparentemente dal pessimismo per la propria condizione sociale.
Perché vederlo. Perché in un mondo pieno di film d'azione, in 3D, di fantascienza, questa è una storia tranquilla, normale ma mai noiosa, e soprattutto perché è bello, ben girato e con un finale di speranza che fa sempre bene. Perché vi piacciono le storie di periferia, con pochi personaggi, e nessun divo holliwoodiano.
Perché non vederlo. Perché a non tutti possono piacere la lentezza generale del film, le inquadrature fisse e le pause. Perché l'elogio dei buoni sentimenti può sembrare monotono o banale. Perché si è a priori contro i film francesi.
Una battuta. "Restano i miracoli". "Non nel mio quartiere".

giovedì 13 ottobre 2011

Caratteristiche generali del film francese

Cari amici...
Poche righe per preparare qualche post sui film francesi. I nostri vicini cugini hanno un modo tutto loro di fare cinema e lo si vede molto bene... Una sorta di marchio di fabbrica, come il fatto che a Parigi piove sempre o che se in Corsica parli inglese ti guardano come se fossi un uomo di Neanderthal.

Dico subito che a me piacciono. I loro risultati meglio riusciti risiedono per me nelle commedie, in cui si ride di gusto e in modo intelligente (Il tempo delle mele, L'apparenza inganna, Train de vie, 8 donne e un mistero); quasi sempre il risvolto drammatico c'è e contribuisce a dare spessore alla storia.

Ma ciò su cui voglio ironizzare sono alcune tematiche un pò ossessive presenti nel filone drammatico-psicologico. In questi film si tende a dare eccessiva presenza alla tematica sessuale, sempre perversa o comunque deviata. Il film si regge quasi sempre su un numero ridottissimo di attori (sempre bravissimi), che devono sostenere tutta l'impalcatura. I silenzi, le scene senza un dialogo, l'indugio su alcune immagini, la quasi totale assenza di sottofondo musicale, danno una patina di raffinatezza e di intellettualismo che non fa mai male. Spesso le trame sono prive di un filo definito, il finale spesso lascia spiazzati e ci si chiede se il film appena finito di vedere non fosse solo un pretesto per scatenare le brutture psichiche più malate. Un esempio su cui non scriverò post: Betty è un film di Chabrol dei primi anni Novanta. Chabrol è famoso in certi ambienti (come Truffaut), in quanto fondatore di una tendenza, la Nouvelle Vague. Ebbene la trama del film può essere ridotta così: Betty è una donna con dei figli che il marito non le permette di vedere in quanto in lei si sono presentati evidenti segni di ninfomania. Non ricordo lo svolgersi del film (il che può essere significativo) ma ricordo che la sua malattia si è scatenata in seguito alla visione, in un'età imprecisata dell'adolescenza, dello zio che stupra una sua compagna di giochi: il punto non è tanto quello, quanto che lei avrebbe voluto essere al posto della sua amica (?!)

Ragazzi le perplessità vengono. Spero che con qualche post successivo riesca a rendere ancora meglio l'idea. I francesi hanno un gusto tutto particolare, secondo il quale parlare di turbe sessuali e simili conferirebbe una qualche sfumatura di "film impegnato".

Last Night e riflessione sulla fedeltà

Cari amici...
Ultimamente ho visto un film del 2010, una coproduzione franco-statunitense. La recensione dello stesso è più un pretesto per parlare di un certo fenomeno sociale e culturale, la fedeltà.

Il film è Last Night, diretto da tal Massy Tajedin, ignota regista iraniana. E' importante sottolineare il fatto che la produzione è anche francese: in Francia hanno una certa mania morbosa di scavare bene la psicologia, con una patina di raffinatezza. Magari presto o tardi commenterò qualche film che ho visto. Anzi... Lo farò subito dopo questo per farvi capire cosa intendo.

La trama è tanto scontata quanto immortale: Joanna (una sempre più strepitosa Keira Knightley) e Michael (Sam Worthington: mai visto... lo sguardo fisso nel vuoto e un inutile tentativo di interpretazione) sono due giovani sposati da tre anni. Ad una cena di lavoro Jo si ingelosisce di una collega di Michael, Laura (una ugualmente mai vista sensuale Eva Mendes). Dopo una litigata e una notte che denota la freddezza del loro rapporto, Michael deve partire con Laura per lavoro. Jo si ritrova così ad uscire sola al mattino e ad incontrare Alex (Guillame Canet, il solito sorrisone da divo del cinema e poco altro), un ex che non ha mai dimenticato. La giornata muore e si approssima la notte, "l'ultima notte"... I due coniugi sono tentati dal desiderio. Il parallelo delle due situazioni, il calcolo spietato di Laura e la tenerezza di Alex, fanno arrivare il mattino. Il finale che non è un finale è il tocco alla francese del film.

Insomma il film non è brutto, ma non è bello. Peccato che quasi solo la Knightley si salvi. Lo scopo non è raccontare una storia, lo scopo è creare l'attesa nello spettatore che, in modo morbosamente francese, non vede l'ora che si consumi il tradimento.

Alla fine del film la riflessione è immediata: quanto è naturale la fedeltà? La risposta è ovvia: poco. Che sia un fattore culturale è oggettivo. Si tratta di una sorta di contratto sociale supplementare che non si crea tra la società e i suoi componenti, ma tra i due amanti. Per ricollegarmi ai post precedenti sulle istanze meno nobili dell'uomo, è un artificio volto a limitare l'insaziabile ricerca del piacere, eccessivamente animalesco.

Il discorso si applica soprattutto alle coppie giovani. Sono convinto che se esistesse una dimensione alternativa, in cui il senso di colpa e il timore di essere scoperti non sussistessero, molti ne utilizzerebbero la chiave. L'amore c'entra poco o niente: la pulsione sessuale è qualcosa di diverso. Spesso chi tradisce si giustifica estremizzando questa posizione, "Ma io amo te", rivelando un'ipocrisia non trascurabile. Ciò che invece rapisce la persona tradita è il senso di inadeguatezza, inammissibile. Perciò essa ricorre a una serie di idee coinvolgenti il rispetto, l'amore, la dignità, travisando completamente la questione.

Ma se si trattasse solo di questo sarebbe troppo semplice. Alla base di un tradimento non risiede solo la naturale pulsione sessuale generalizzata: si tratta di un fenomeno strano, non trattabile analiticamente, perchè anche la situazione specifica conferisce elementi per la comprensione di ciò che è accaduto.

Un esempio di ciò che ho appena scritto. Coinvolgiamo anche la terza persona per sfumare le cose. Supponendo che sia libera e informata del fatto che la persona con cui consuma sia impegnata, i casi sono due: o conosce il tradito oppure no. Nel secondo la sua moralità viene salvata, perchè di certo tra i tre è colui che se la sta raccontando meno. Nel primo possono invece presentarsi centinaia di situazioni differenti, che abbassano più o meno il suo livello di moralità, a seconda dei casi. Io non avrei problemi a consumare con una persona impegnata che mi piglia bene.

Il tradimento è una cosa ordinaria. La fedeltà molto meno. Proprio per questo il primo è più "naturale" della seconda. Per me "naturale" non significa "più semplice". Significa "meglio rispondente alle esigenze animali dell'uomo", contrapposto alle costruzioni artificiali della società.

Cosa questo significhi nel mondo reale lo lascio a voi.

venerdì 2 settembre 2011

Espiazione

Cari amici...
Oggi sono proprio ispirato. Per gli amanti dei drammoni un pò morbosi, la recensione di un film visto ieri sera.

Datato 2007, tratto da un libro di Ian McEwan del 2002, questo Espiazione non ha deluso le mie aspettative. McEwan lo conoscevo per un allucinante Il giardino di cemento; credo che, come Richard Mason, di cui parlerò prossimamente, sia esperto di drammi passionali a tinte forti. E' un pò che il dvd è lì, ma sono sempre stato un pò scettico a guardarlo. Poi ieri l'illuminazione.

Cecilia (una bellissima Keira Knightley che ci ha messo tanto a farsi valere, con film come The Hole e La duchessa per citare solo quelli che ho visto e nota al grande pubblico per l'insopportabile Pirati nei Caraibi) è una borghese che, nell'Inghilterra del 1935, si invaghisce di Robbie (tal James McAvoy, mai sentito, che troppe volte sembra dover far affidamento su un bel visino e nient'altro), il figlio di una domestica ma assistito dai suoi genitori. In un solo giorno (che occupa la prima ora del film e ne costituisce l'essenza) le loro vite cambiano, perchè Briany, la sorella più piccola di Cecilia, una bambina, accusa ingiustamente Robbie di aver stuprato una sua cuginetta, per gelosia nei confronti delle loro effusioni e aiutata da uno scherzo del destino, una lettera a sfondo sessuale scritta da Robbie a Cecilia che la seconda non avrebbe mai dovuto leggere. Robbie entra quindi in carcere. Briany e Robbie iniziano allora due percorsi paralleli di espiazione...

L'Oscar alla colonna sonora (tra l'altro curata da un italiano) non è immeritato, soprattutto perchè è ossessiva la presenza, NELLA musica, del ticchettio di una macchina da scrivere, a rappresentare quella componente del caso che, combinata all'ingenuità o alla malvagità delle persone, può cambiare il corso di una vita.

Il messaggio, pur senza svelare troppo altro, è abbastanza desolante. Il film, dominato dalla morbosa ossessione per le colpe di ciascuno, fa comprendere come il peso di queste possa trascinarsi indefinitamente, indipendentemente dalle costrizioni, dalle punizioni o dalle privazioni a cui ci sottoponiamo; e come non esista perdono o redenzione per alcune di esse. Forse una forma di salvezza può derivare però dall'arte, dalla fantasia, dalla letteratura.

Non privo di difetti, dall'eccessiva pesantezza della seconda parte, con però uno splendido scorcio sul lato reale e concreto della guerra, ambientato sulla spiaggia di Dunkerque, alla concentrazione intimista sui tre personaggi principali, il film ha superato la prova.

giovedì 25 agosto 2011

Si udiva una volta il west

Non per presunzione ma per amore dell'argomento, mi permetto di completare la tua recensione con il video di una esecuzione della colonna sonora di "C'era una volta il west", tra le musiche più famose di Morricone.

C'era una volta il West

Cari amici...
Ieri notte ho rispolverato una pietra miliare del cinema western. Sto parlando di "C'era una volta il West" di Sergio Leone, datato 1968. In quasi tre ore di filmone si celebra la fine di un'epoca (e, in definitiva, di un certo filone cinematografico). A parte una splendida Claudia Cardinale nel ruolo di Jill, ex prostituta alla ricerca di una vita migliore, e un Jason Robards nella vera perla del film (il personaggio di Cheyenne, il fuorilegge dal cuore d'oro) le interpretazioni non sono di rilievo. Ma l'espressività degli sguardi di tutti basta e avanza ad esprimere situazioni psicologiche e drammatiche notevoli.

In una terra di nessuno in cui la vita ha un valore davvero irrisorio e in cui sopravvivere diventa l'arte di saper sparare, il vendicatore Charles Bronson, il cattivissimo Henry Fonda e il fuorilegge Cheyenne sembrano gli ultimi esponenti di una filosofia di cappa e spada che l'arrivo della modernità incarnata nella ferrovia spazzerà via di lì a breve. Il personaggio che rappresenta questa caduta di valori non è tanto lo spietato Frank di Henry Fonda, quanto l'egoista Morton, l'uomo d'affari paralitico che vagheggia il sogno di raggiungere il Pacifico in ferrovia.

La trama è semplice, la regia di Leone dilata i tempi, dando molto peso alla musica e al silenzio. Jill è la nuova sposa di un modesto proprietario di un terreno nel West che le promette un futuro di ricchezza. Quando lo raggiunge da New Orleans dove faceva la prostituta trova lui e i suoi tre figli uccisi. Lei è allora l'unica proprietaria ignota da tutti di quel terreno apparentemente senza valore. Il colpevole è Frank, un mercenario arrivista al soldo di Morton, l'uomo della ferrovia, che vuole mettere mano su quel terreno per costruirvi i binari: sotto quel terreno infatti, sorprendentemente, c'è acqua, indispensabile per il passaggio del treno e totalmente assente per le miglia circostanti. Frank fa ricadere la colpa sul fuorilegge Cheyenne, che si prende a cuore la sorte di Jill. In tutto questo arriva anche il misterioso Armonica, cowboy che sembra avere un conto in sospeso con Frank...

Davvero indimenticabile la colonna sonora di Ennio Morricone, tesa ad esprimere questi spazi immensi, questa natura brulla e inospitale, questo mondo per cui si tende a provare una non meglio spiegata nostalgia; nostalgia, forse, di quando le cose erano ancora da conquistare, di quando non tutto era noto, di quando, in definitiva, l'uomo aveva il modo di esprimere al meglio la propria capacità di adattamento e la propria tensione verso qualcosa al di là delle sue possibilità. Il West diventa allora una dimensione interiore, la ricerca di una vita migliore, come per Jill, del potere e del denaro, per Frank e Morton, della vendetta, per Armonica, del riscatto, per Cheyenne. L'uso della musica, come dicevo, diventa predominante. I tempi dell'azione sono spesso dilatatissimi, quasi operistici.

Da ricordare l'epico scontro finale tra Armonica e Frank, una delle sequenze più emozionanti del film. Appena avete tempo se non avete ancora visto questo film guardatelo.

Il vostro corrispondente dall'Emilia



domenica 20 febbraio 2011

Il Discorso del Re


Cos'è. È la storia di Giorgio VI, re d'Inghilterra dal 1936 al 1952. O meglio, è la storia di come ha curato la sua balbuzie. Giorgio VI (Colin Firth) è il secondo figlio del re, insicuro, balbuziente e con problemi fisici nell'infanzia. Il fratello maggiore diventa re alla morte del padre, ma nello stesso anno abdica per poter sposare una donna già sposata e così Giorgio VI si ritrova re d'Inghilterra negli anni più difficili del secolo scorso, con l'ascesa al potere di Hitler e lo scoppio della seconda guerra mondiale. Da anni, con l'aiuto della splendida moglie Elisabetta (Elena Bonham Carter) prova a curare la sua balbuzie senza successo da diversi rinomati logopedisti inglesi, finché Elisabetta non lo porta da un logopedista australiano, Lionel Logue (Geoffrey Rush), che invece di un approccio esclusivamente fisico al problema, lo affronta dal punto di vista psicologico, e lo cura. Ecco, il film è la storia del rapporto tra il re e il logopedista, che per anni (storia vera) sono rimasti amici.
Com'è. È un gran bel film, interpretato in maniera splendida dai tre protagonisti, non a caso è candidato come miglior film, miglior regia, miglior attore, miglior attore non protagonista e miglior attrice non protagonista. La storia è molto asciutta, senza colpi di scena, e fin dall'inizio si sa dove si vuole arrivare. Ma ci si arriva proprio bene, grazie alla recitazione in stile teatrale, alla fotografia, allo stile inglese, e alla simpatia del logopedista. E anche al chiaro (e mai noioso) contesto storico.
Perché vederlo. Per le interpretazioni dei tre protagonisti, perché è un film che emoziona, perché c'è la regina Elisabetta bambina. Perché le scene nello studio del logopedista sono meravigliose da ogni punto di vista, fotografia, recitazione, sceneggiatura. E anche perché è un film inglese che parla degli inglesi (e un australiano), interpretato da inglesi (e un australiano). Insomma, non è un'americanata, come possono far pensare le undici candidature agli Oscar.
Perché non vederlo. Perché c'è pochissima azione, perché la storia è quella che è, l'allievo insicuro che con il giusto maestro alternativo e fuori dagli schemi diventa bravo e tutti sono felici. Perché sono sicuro che sarebbe meglio guardarlo in lingua originale con i sottotitoli.
Una battuta. Dimentica il resto, e dillo solo a me.

mercoledì 9 febbraio 2011

La Versione di Barney


Rifacendomi sfacciatamente allo stile di Matteo Bordone (si, è il mio blogger-mito) nella sua rubrica "Il bacio della pantera", tenterò di commentare i film che vedo, anche perché One dopo il successo iniziale di Hereafter è sparito... Inizio parlando del film visto ieri sera, La Versione di Barney.

Cos'è È il racconto malinconico di una vita, e di una storia di amore. È un film canadese del 2010 di Richard J. Lewis (regista di serie TV, soprattutto di C.S.I.), è un film drammatico tratto dal romanzo omonimo dello scrittore canadese Mordecai Richler. Parla della vita di Barney (Paul Giamatti), regista televisivo che decide di raccontare e rivedere la sua vita quando viene pubblicato un libro su e contro di lui di un detective che lo ritiene responsabile di un omicidio. Barney racconta della sua gioventù nella bellavita romana, dei tre matrimoni tutti finiti, del suo unico innamoramento, del suo essere ebreo, delle sue ubriacature nei momenti importanti della sua vita. Nel finale Barney si trova di fronte alla crisi di aver perso stupidamente il suo grande amore, e all'avanzare di una malattia di cui solo alla fine sarà consapevole.

Com'è È un film incentrato sul protagonista e sulla sua vita, e soprattutto sulla storia d'amore con Miriam (Rosamund Pike), intensa e anomala, che mette in risalto le asprezze e le indecisioni di lui, e la semplicità e la fiducia di lei. In più di due ore di film si va a conoscere sempre più profondamente Barney, apprezzandone i pregi e la sua umanità. L'interpretazione di Giamatti è splendida, ma anche i personaggi di Miriam e del padre di Barney (Dustin Hoffman) meritano una citazione. Non ho letto il libro, ma da quanto ho capito lo segue fedelmente, e chi l'ha letto ha apprezzato anche il film.

Perché vederlo Perché la vita di Barney è vissuta pienamente ed è allo stesso tempo normale e unica, perché Paul Giamatti è bravissimo, perché è girato anche a Roma, perché Miriam è bella e affascinante e perché è un film di amore non sdolcinato. E perché nonostante la diffidenza iniziale, alla fine gli si vuole un gran bene a Barney.

Perché non vederlo Perché dura venti minuti di troppo, perché non c'è azione e scorre senza troppi colpi di scena, perché il ruolo della seconda moglie è un po' troppo stereotipato. Perché Barney fuma il sigaro per tutto il film.

Una battuta "La vita è reale, è fatta di piccole cose: minuti, ore, sonnellini, fare la spesa, routine".

lunedì 10 gennaio 2011

Link - 10 Gennaio

  • Gramellini sulle celebrazioni dei 150 anni dell'unità d'Italia;
  • Matteo Bordone sulla nascita del figlio di Elton John e compagno, molto interessanti le sue riflessioni;
  • Leonardo su Cesare Battisti e sulla Lega Nord;
  • Tempo di raccolte di fine anno: la prima è una bellissima raccolta del Post delle notizie dell'anno in ogni paese del mondo, una per paese. Un lavoraccio, ma un gran bel risultato!
  • Seconda raccolta: timeline dei film dei 2010, con incassi settimana per settimana;
  • Altra raccolta di fine anno -questa volta di Repubblica-, dei crimini e dei criminali più improbabili del 2010;
  • Con un po' di ritardo, l'ultimo post del 2010 di Spinoza;
  • Le prime foto dell'anno di Big Picture, sull'eclissi solare e sul referendum in Sudan.
  • Una bella rassegna di foto di street art con le strisce pedonali e altre strisce stradali segnaletiche;
  • Un po' di video belli e/o divertenti, da Giavasan;
  • Il meraviglioso video di presentazione dell'ennesima Era Glaciale, col solito Scrats.


domenica 9 gennaio 2011

HEREAFTER : 5 stelline?


















Ah ah ah ci sono anche io!!! spettacolo...belin vi vedevo sempre smanettare su sto blog e, come il bambino viziatello che vede gli altri bambini divertirsi con il giocattolo nuovo, ho deciso di divertirmi un pò anche io.
Venerdi sera ho visto Hereafter di Clint Eastwood e, deluso dalla visione, sono andato un pò curioso a vedere la valutazione de "Il Secolo XIX" del film in questione; il voto funziona nel seguente modo:
1 stellina = mediocre
2 stelline = discreto
3 stelline = buono
4 stelline = da non perdere
5 selline = capolavoro

e indovina un pò il buon Clint quanto prende?? 5 stelline!!! questa è proprio grossa, non è che solo perchè è Clint Eastwood gli è dovuto qualcosa, anzi uno ha grandi aspettative e al limite ne rimane più deluso. Ok il voto è soggettivo e bla bla bla..ma un capolavoro è qualcosa che rimane per sempre , che segna, che riguarderesti 100 volte, che straconsigli a tutti...questo è un film di cui parli 10 minuti e se ti chiedono: "bello?", rispondi "si, carino". Cioè non è tutto da buttare, gli spunti positivi ci sono, ma per essere un capolavoro ne ha di strada da fare e adesso mi spiego meglio.
La storia non è originale, ne abbiamo viste a migliaia, la capacità del regista si vede nel modo di raccontare alcune tematiche: il dramma della vita del sensitivo resa difficile dal dono/condanna (vedi storia con l'infoiata del corso di cucina), il destino che gli ripropone la sua natura nonostante lui tenti di scappare, lo scetticismo con cui viene affrontato il tema dell'aldilà...Clint è bravo nel non rendere patetiche le scene in cui il protagonista usa il "dono" ( trucco usato: ritualità ridotta all'osso cioè solo tocco delle mani, e visione di una specie di aldilà molto vago e senza dettagli), la narrazione è lenta ma mai noiosa, lo spettatore segue la storia aspettando l'evoluzione degli eventi che in realtà non arriva mai se non in una fuga in cui il sensitivo, come guidato dal destino, trova la donna della vita solo perchè, avendo vissuto la morte, può toccarle la mano senza avere visioni!!
Detto questo per me sono 3 stelline, c'è l'attenuante della difficoltà nel trattare temi di questo tipo; ok ok il giudizio è soggettivo, se qualcuno vuole può dargli 4 stelline...ma 5 scordatevelo!!!!


Altri spunti: 1) la canzone di sottofondo nel trailer del film è Sia - Lullaby (ninnananna)

2) l'attrice belga che interpreta la giornalista francese è Cecile De France (mai sentita), ed è una discreta topolona (è nella foto che ho inserito, non sono capace a metterla qui a fianco!!)

3)parlando di altri film di Clint eastwood, per me "Gran Torino" prende 4 stelline e "Invictus" ne prende 5.

Vabbè ragazzi adesso basta che è dai tempi del liceo che non scrivo piu' di tre righe di pseudoitaliano ....

mercoledì 13 ottobre 2010

Il grande dittatore

Cari amici,
ho appena finito di vedere un film e subito mi ha assalito la voglia di parlarne con qualcuno. Data la tarda ora non ho che voi.

Bellissimo questo "Grande Dittatore" datato 1940, scritto, diretto e interpretato da un monumentale Charlie Chaplin. Registrato per caso su Sky ho deciso di guardarlo per saperne di più e l'esperimento è stato felicissimo.

La trama è semplice: la Tomania è un paese governato da un grottesco dittatore pasticcione che ha un sosia più umano, un barbiere ebreo che, dopo la guerra, si ritrova smemorato nel ghetto a preservare quel pò di umanità che resta. La comicità è decisamente d'altri tempi ma ho avuto momenti di ilarità sentita ed autentica. Se non altro è comicità intelligente. Quasi indimenticabile l'incontro tra il dittatore Adenoyd Hynkel del partito delle "croci incrociate" e l'equivalente del nostro Mussolini, Bonito Napoloni. Così come è indimenticabile la mimica facciale di Chaplin, che riesce a far ridere di colui che, in quegli anni, stava meditando di rovinare il mondo. Tutti sanno che Hitler era un acceso fan della musica di Wagner e che ne fece un momento centrale della sua operazione di unificazione tedesca. Un patito d'opera come me ha subito riconosciuto il meraviglioso stravolgimento comico in atto nella scena in cui il dittatore improvvisa una danza con un palloncino a forma di mappamondo sulle note del preludio del "Lohengrin" wagneriano.

Immaginate di essere uno spettatore del 1940. Oggi la visione non può che essere falsata da settant'anni di distanza; eppure qualcosa dell'intento del film trapela ancora: essenzialmente ridare speranza a chi non può averne. Non si tratta solo di un film comico. I momenti tristi o nostalgici ci sono e marcati. La satira di Chaplin non vuole sdrammatizzare, ha un forte intento costruttivo, culturale ed evocativo. Non prende in giro e basta. Vuole, con il pretesto della comicità del tempo, trasmettere qualcosa. Straordinaria la figura della vicina ebrea Hannah (interpretata da una ignota Paulette Goddard) il ruolo "serio" del film.

Credo non esistano parole per commentare lo splendido monologo finale del barbiere. Esso è ancora intriso di quell'ingenuità che gli eventi degli anni successivi (e dei giorni nostri) avrebbero smentito. Ma il tentativo è passato alla storia. Privo di retorica, per quanto utopistico, esso rappresenta l'afflato di un'umanità che non ci sta, di una dignità che ha ancora voglia di dire la sua, di una speranza decisa e convinta sul miglioramento delle cose. Umanità, dignità e speranza che noi sembriamo aver perduto. L'uso ancora una volta delle note di Wagner per unire e non per dividere è l'espressione del livello più alto di un'operazione di straniamento operata da parte di Chaplin e che ha, penso, ancora un valore al giorno d'oggi.

Vi consiglio questo film. E se non riuscite a guardarlo almeno informatevi su di esso.

Il vostro corrispondente dall'Emilia

lunedì 24 maggio 2010

Germano, Cannes e il Tg1



Ieri Elio Germano ha vinto la Palma d'Oro come miglior attore a Cannes, per il film di Luchetti "La Nostra Vita" (di cui me ne han parlato bene diverse persone, se lo andrò a vedere poi lo recensisco), e nel momento della premiazione ha detto: "Siccome la nostra i politici rimprovera sempre al nostro cinema di parlare male della nostra nazione dedico il premio all'Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere l'Italia un paese migliore nonostante la loro classe dirigente''.

E giù applausi. Qui sotto il video della premiazione:



Non mi ricordo dove ho visto per la prima volta il video, ma i commenti erano divisi principalmente in tre categorie:
  1. Germano sei un mito! Sei un figo, sei giovane, sei intelligente, e grande che hai criticato i politici, abbasso Berlusconi!
  2. Elio Germano ha ragione, ma che senso ha fare queste critiche populistiche al Festival di Cannes? Non è che Tim Burton poi ti cambia la classe politica italiana... e poi il film è prodotto dalla Rai, quindi da Berlusconi... un po' di coerenza! Ma poi, Elio Germano, ma chi sei?!? Manco fossi Nanni Moretti...
  3. Giordano..Gernano o come ti chiami, tu rappresenti solo quella piccola parte di italiani che ce l'ha con l'Italia e con Berlusconi, fai fare brutta pubblicità al nostro paese mentre il governo lavora giorno e notte per noi! Torna a fare fiction, COMUNISTA!
Io credo che Germano abbia fatto bene a dire ciò che pensava, a togliersi sassolini delle scarpe dopo la defezione di Bondi. Ammiro chi ha il coraggio di dire ciò che pensa (con stile e compostezza) in un occasione così importante, non fermandosi alle solite frasi di circostanza. Inoltre ha messo in risalto quello che ritengo il vero problema della cattiva pubblicità dell'Italia all'estero: non è Draquila, non è Gomorra, non è il cinema italiano, ma è la nostra classe dirigente che fa fare all'Italia una pessima figura in tutto il mondo. Basta guardare alle ultime due settimane per fare alcuni esempi: da Scajola a D'Alema, da Berlusconi a Renzo Bossi e così via.
Detto questo, non credo ci sia il bisogno né di ergerlo a salvatore della patria, né di criticarlo di spirito anti italiano o di populismo.. ma la cosa peggiore è dargli dell'incoerente perché lavora per la Rai e critica chi la comanda: criticando chi "lo paga" si prende responsabilità maggiori e da ancora più credibilità al suo discorso.
Vabbè, tutto questo discorso per chiedervi: voi che ne pensate?? (mi aspetto una critica del Facci de noi artri, Dott. Giorgi!).

In conclusione, ecco il servizio del Tg1, che al contrario degli altri telegiornali Mediaset (...) ha voluto parlarne della critica di Germano:



Ora, potrebbe benissimo essere un errore tecnico, ma visto che il Tg1 e Minzolini ormai li conosciamo, non mi stupirei se non si trattasse di errore. La frase è poi stata detta dal conduttore dopo qualche servizio, non completa ovviamente, ed è stata letta al passato invece che al presente. Così gli ormai pochi telespettatori del Tg1, una volta ancora sono stati dis-informati.

mercoledì 19 maggio 2010

Link - 19 Maggio