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lunedì 28 maggio 2012

PELLEAS ET MELISANDE


Cari amici
torniamo seri. Vi propongo ancora una volta qualcosa di diverso, di nuovo. Datato 1902, questo Pelleas et Melisande di Debussy, unica opera scritta dal compositore francese, è assolutamente unica.

Prima di lanciarmi nella mia interpretazione e nella narrazione voglio solo dirvi che a un certo punto la protagonista dice "Je ne pas hereuse" ("Non sono felice"): alla prima rappresentazione gran parte del pubblico inizio a urlare cose come "Nemmeno noi!", prova che l'opera non era pronta per uscire allo scoperto. Sono convinto che nemmeno oggi la gran parte degli appassionati, dopo cento anni, la apprezzerebbe. Manifesto del simbolismo in musica ha segnato una svolta nella produzione operistica. L'atmosfera è fiabesca, vellutata, lontana dalle tante declamazioni che piacciono a me. Eppure ogni volta che la ascolto non posso fare a meno di assaporarne la bellezza intrinseca.

Tratta da un dramma del belga Maeterlinck, con il quale Debussy ebbe da ridire un sacco, l'opera (come quasi sempre accade) non vanta una trama originale. Sono la sua realizzazione e il sistema di echi a cui è sottoposta a essere originali. Potrei parlarvene come di un "Tristano e Isotta" antiwagneriano (contrario cioè allo stile e alle concezioni di Wagner, il cui tessuto musicale è pomposo ed enorme, che a me piace tanto). Ma non lo farò.

Golaud è un principe di una terra indefinita. Mentre caccia trova una fanciulla di nome Melisande che piange presso una fontana. Ella è misteriosa, sembra dire cose incomprensibili. Dopo averla portata al suo castello decide di prendersene cura e di sposarla. Suo fratello Pelleas è un giovane appassionato che si innamora di Melisande, non si sa bene se ricambiato o no. Dopo una serie di apparentemente futili accadimenti di carattere simbolico su cui non mi soffermerò, Golaud si convince che la moglie ormai incinta lo tradisca con il fratello. Pazzo di gelosia lo uccide e ferisce mortalmente anche lei. Nell'ultimo atto la aggredisce mentre è sul letto di morte per farsi dire se avesse effettivamente commesso l'adulterio. La fanciulla continua a parlare per enigmi, non risponde nulla di definito e muore senza nemmeno rendersene  conto, dopo aver messo al mondo una bambina.

Tiriamo le fila. Il canto in quest'opera non c'è, si tratta quasi di un parlato accompagnato dalla musica. Mancano le arie, i momenti topici, le grandi masse musicali. Mentre tutte le eroine d'opera sanno bene quando stanno per morire, scartavetrandoci le palle per mezz'ora, Melisande si spegne da un momento all'altro, senza una parola. La musica è posata, piena di evocazioni, richiami, ammanta tutto di un clima indefinito, sospeso, sussurrato. Nessuno urla, nessuno sembra sapere quale sia il suo destino, nessuno sembra capire che cosa accade intorno a sè, è tutto allucinato, velato, accennato. A sfregio per l'opera francese gli atti sono cinque, a richiamare le opere dei tempi andati, ma tutti insieme durano meno di due ore e mezza (i tempi erano un pò più lunghini). Potete immaginare per quale ragione l'opera fu così male accolta.

Qui non c'è solo la storia. In certi punti il libretto sembra un'accozzaglia di cose a caso a cui dare un senso (a un certo punto si vede il figlio di Golaud, nato da un precedente matrimonio si impressiona alla vista di un gregge che va al macello e poi dice "Devo andare a dire qualcosa a qualcuno", al di fuori di ogni logica narrativa un minimo sensata; l'intero secondo atto si fonda sulla perdita della fede nuziale di Melisande... E' impossibile rendere tutto qui, dovrei scrivere un saggio).

Un'interpretazione banale, tutta mia, è autoreferenziale. Melisande è l'opera stessa che sta andando in scena (più in generale l'arte nuova, contrapposta alla vecchia), Pelleas è il poeta "alla ricerca della bellezza", emarginato dal pubblico e dalla società, Golaud è la presenza "antica", il pubblico, la critica, il mondo reale che vuole sempre una spiegazione razionale per ogni cosa e che, così facendo, dimentica la bellezza che c'è nel mistero del mondo (nelle cose solo accennate, nelle cose sfumate) e la rovina o, alle volte, la uccide.

Opera moderna allora questo Pelleas,che vi linko tutta (sottotitoli in inglese; la seconda parte dura venti minuti e la troverete facilmente). Se volete farvi un'idea andate ai minuti 1:09:50\1:11:50.

Alla prossima!

mercoledì 28 dicembre 2011

ELEKTRA

Carissimi...
Dovessi parlare di una delle esperienze estetiche più sconvolgenti della mia vita vi parlerei di questa opera di Richard Strauss, Elektra, datata 1909, la quale presenta in germe tutte le rivoluzioni musicali del Novecento.

Il libretto di Hugo von Hofmannsthal è un capolavoro poetico dotato di una forza distruttiva. La trama è nota. Elettra è la figlia di Agamennone, il condottiero greco che al ritorno da Troia è stato ucciso dalla moglie Clitemnestra e dal suo amante, Egisto. La ragazza cela un attaccamento morboso al padre morto e organizza l'uccisione della madre per mano del fratello, Oreste, allontanato da Clitemnestra, che lo teme.

Insomma questa volta il punto non risiede nell'originalità della trama, pur dotata di una carica archetipica senza eguali, risalente agli albori della cultura occidentale: la storia è infatti una delle ultime manifestazioni in Grecia di una cultura matriarcale, femminile, che sarebbe poi stata soppiantata dall'egemonia del punto di vista maschile. No. Questa volta la rivoluzione risiede nella musica e nel menefreghismo dei due autori verso il loro pubblico borghese: basta con valori pacificanti, musichette fischiettabili ed omaggi ad una cultura ormai superata. Primo fatto: l'opera è breve, un'oretta e mezzo, in un atto unico (il taglio cinematografico si accentua sempre di più). Secondo fatto: l'opera è moderna perchè il libretto è sensibilissimo alla nuova cultura psicoanalitica nata da poco e pieno zeppo di riferimenti. Terzo fatto: l'opera è quasi tutta al femminile (a parte una partitura caricaturale affidata ad Egisto e un canto banale per Oreste). Cadono perciò tutte le convenzioni: non c'è la storia d'amore, non c'è l'afflato religioso più o meno autentico, non c'è (ma c'erano già state anticipazioni importanti di questo) mai interruzione alla musica, che somiglia sempre più ad una colonna sonora.

Qualche esempio di ciò che ho scritto sopra. Crisostemis, la passionale sorella di Elettra, è una nevrotica repressa a cui non importa nulla della vendetta; teme la madre e desidera solo poter uscire dal palazzo e vivere la sua vita sessuale. In una scena Elettra tenta di sedurla per convincerla a darle una mano (?!). Clitemnestra è un'isterica in preda a manie di persecuzione e sensi di colpa per l'omicidio del marito, pronta a fare sacrifici umani per riuscire a tornare a dormire. Il duettone con la figlia che occupa la parte centrale dell'opera è un momento scioccante: per tutto il dialogo Elettra si mostra conciliante con la madre, sembra quasi riproporsi in alcuni istanti un clima di pacifica convivenza famigliare. Alla fine Elettra sbotta e le urla contro tutto il suo odio: qui la musica raggiunge livelli di violenza inauditi.

Ma al di là di questi fatti superficiali, la vera straordinarietà dell'opera risiede nel personaggio stesso di Elettra. La protagonista non abbandona MAI il palco ed è costretta a stare quasi sempre su un registro alto, acuto, a rendere la sua instabilità psicologica. E' sempre avvolta da masse di musica enormi, quindi si sbatte tutto il tempo per farsi sentire. La musica stessa è un sorta di anticipazione del metal: mai calma, sempre agitata, sempre mossa, casinista a livelli parossistici: trombe, tromboni, piatti, corni e chi più ne ha più ne metta.

Il mito originario è stato adattato a fini operistici. Oreste torna, Elettra vede in lui la possibilità concreta di vendicarsi dopo aver considerato l'idea di farlo da sola. Il momento dell'incontro tra i due è commovente. Dopo che la vendetta è compiuta, Elettra e Crisostemis sono convinte che la loro vita sotto la protezione di Oreste cambierà. Ma Oreste è il primo esponente di una cultura maschile, dove l'opinione della donna non conta nulla: la vendetta non sembra la ragione del suo ritorno, nè sembra interessargli la sorte delle sorelle. Elettra si lascia andare ad una folle danza di gioia per il palazzo. Ma la sua ragione di vita, anche a livello teatrale, non c'è più: perciò cade a terra, morta. La musica della danza di Elettra è la prima violazione consapevole di tutte le regole, da risultare quasi fastidiosa. Dal minuto 6 in poi la potete trovare in questo video (qui la Rysanek si dimostra essere la migliore Elektra di tutti i tempi).



Dovremo aspettare almeno Berg, quasi vent'anni dopo, per avere simili rivoluzioni a livello di musica operistica.

venerdì 2 dicembre 2011

LA BOHEME

Carissimi...
Riprendo in mano per un attimo la mia vecchia rubrica in un momento cosi' sereno. Perche' proprio questa notissima opera italiana, a discapito delle ignote di cui scrivo di solito? Perche' a partire dal 17 dicembre fino a febbraio sara' messa in scena al vostro splendido Teatro Carlo Felice.

Opera ideale per iniziare, in italiano, del nostro grandissimo Puccini, e' un'occasione per avvicinarsi all'opera in maniera soft e nel modo piu' canonico. Uscita per la prima volta nel 1896, quest'opera non ha mai abbandonato le scene di tutto il mondo: molto apprezzata in America, essa e' un classico per gli appassionati di opera ma non solo, dati i pezzi notissimi entrati ormai nell'immaginario collettivo. Portatrice dei valori di un mondo europeo ormai dimenticato, non e' possibile vedere o ascoltare quest'opera e poi non ripensarci per qualche giorno.

La vicenda e' ambientata nella Parigi dell'Ottocento, dove alcuni artisti (il poeta, Rodolfo, e' uno dei due protagonisti principali) vivono in una squallida mansarda conducendo vita da bohemienne, emarginati dalla societa' e costretti ad arrabattarsi per mangiare e per non pagare l'affitto. Una notte d'inverno, Mimi' entra nella mansarda dei ragazzi e incontra Rodolfo. Qui il poeta la aiuta ad accendere una candela e a cercare una chiave perduta, poi la corteggia appassionatamente ("Che gelida manina"). La ragazza e' povera, disegna fiori di carta da vendere al mercato e si presenta ("Si', mi chiamano Mimi' "). Il duetto d'amore successivo e' uno dei vertici operistici all'italiana e un momento di altissimo coinvolgimento emotivo. Qualche tempo dopo i due escono insieme agli altri artisti: Puccini qui disegna uno splendido spaccato della Parigi povera del tempo, con ragazze che si fanno mantenere per sopravvivere (come Musetta) e dove il piacere di stare insieme e' sempre dipendente dalle difficolta' economiche. Nel terzo atto si vede una situazione stravolta: Rodolfo vuole lasciare Mimi' perche' troppo geloso di lei. Ella non gli crede e solo origliando una conversazione tra Rodolfo e uno dei suoi amici comprende i veri motivi di Rodolfo: Mimi' e' malata (dato il freddo e le terribili condizioni di vita), il ragazzo teme di soffrire troppo e sa che non puo' fare nulla per darle una vita migliore. Un commovente duetto di separazione culmina con il proposito di lasciarsi solo ad inverno finito, per rendere la cosa graduale e stare ancora insieme. Nel quarto atto la separazione e' avvenuta: Mimi' fa la mantenuta come Musetta e Rodolfo finge di non rimpiangerla. A un certo punto arriva la ragazza morente, desiderosa di stare con lui ancora una volta ("Sono andati? Fingevo di dormire"). Continui rimandi musicali ai giorni felici rendono la scena particolarmente straziante. Poco dopo Mimi' muore.

In quest'opera Puccini attua una esaltazione consapevole delle "piccole cose", le uniche alle quali ci si puo' aggrappare nelle avversita' della vita: un dono, il sole, una serata insieme. Innegabile un certo perverso compiacimento a far passare a Mimi' le peggio cose, ponendola in una "bianca cameretta" a ritagliare fiori finti, in preda al freddo e alla fame. In questo momento la tentazione di ironizzare su certa filosofia sottesa alle opere di questo tipo (quella della lacrima facile per capirci) e' fin troppo pressante. Ma superato questo pregiudizio, l'opera e' di una godibilita' incredibile, relativamente breve (si tratta di un paio di ore e un po'), snella nel suo svolgersi. Parigi e' uno sfondo idealizzato, mitico, un luogo vario, multiforme, in cui non e' facile sopravvivere.

Insomma... Se avete qualche soldo da parte andate a Teatro. Io andro' certamente perche' dal vivo non l'ho ancora vista.

domenica 16 gennaio 2011

THAIS

Cari amici,
altro post di opera. Proprio in questo istante sto ascoltando una di quelle opere del periodo tardo Ottocento che acquista tutta l'ascoltabilità dal fatto di ricalcare una sensibilità sempre più vicina a noi. Sto parlando della "Thais" del francese Massenet. La musica francese si distingue dalle contemporanee opere classiche all'italiana e heavy metal alla tedesca. Il suono è compattato e prelude le sperimentazioni successive del simbolismo, grazie all'atmosfera misteriosa e a certo esotismo in voga in quel tempo.

Alessandria d'Egitto, IV secolo dopo Cristo. Thais è una sacerdotessa del culto di Venere e fa la puttana. Athanael è un monaco cristiano che si è ritirato a meditare nel deserto. La predicazione del monaco lo spinge a tornare alla città natale per salvare l'anima della cortigiana, la quale lo aveva attratto quand'era più giovane. Dopo un'orgia in cui ha deriso pubblicamente il monaco, Thais, sola, si chiede quanto il suo stile di vita abbia un significato. Durante il duetto successivo il monaco le parla della vita eterna e sfugge ai suoi tentativi di seduzione. La donna fugge nel suo palazzo dopo averlo nuovamente deriso, ma visibilmente turbata. Dopo una notte, resa dalla celeberrima "Meditation" per violino solo eseguita anche da sola nei concerti, si presenta all'alba al monaco, determinata a seguirlo nel deserto. Durante il viaggio molto duro, Thais si sente mancare. In una sosta ad un'oasi, i due si avvicinano, due "anime sole", in un modo sì spirituale ma tutto intriso di erotismo. Quando le monache giungono per condurre Thais al loro convento, Athanael si ritrova a subire la mancanza della ragazza ma decide comunque di incamminarsi nel deserto. Nei tre mesi successivi il monaco è scosso da visioni e sogni in cui le appare Thais e non riesce a smettere di pensarla. Nell'ultima visione la vede morente al convento. Perciò accorre al suo capezzale. Le dice di amarla, di averle mentito e che "di vero ci sono solo la vita e l'amore umano". Thais è però già persa nella visione del cielo e di ciò che sta al di là della vita, non lo sente e si spegne dolcemente.

Opera "scandalosa", ripropone il solito tema occidentale "anima vs corpo" in una chiave ironica e deridente la religione bacchettona del tempo (e forse anche di oggi). Alla fine si ha il sospetto che Thais CREDA di vedere il cielo, mentre invece c'è la possibilità che il monaco le abbia tolto, portandola a una morte inutile, tutto ciò che c'è di vero e concreto, vale a dire la vita e l'amore umani. In qualunque caso il finale triste c'è anche nell'altro caso, dal momento che il monaco perde la sua anima salvando quella della cortigiana amata e rifiutata. Il momento in cui Athanael si rende conto che la deve abbandonare e che deve riprendere la via del deserto è stato individuato come uno dei momenti più drammatici dell'opera ottocentesca. La parte di Thais è una delle più difficili del panorama operistico, serve una cantante espressiva e dotata di un'estensione molto ampia (questo è uno dei molti motivi per cui oggi è rappresentata abbastanza raramente).

Con opere come questa si sono aperte le possibilità, in Francia, di trovare vie espressive diverse da quelle imposte dal wagnerismo (e che pure da esse restano comunque influenzate).

Il vostro corrispondente dall'Emilia

martedì 11 gennaio 2011

Tristan und Isolde: COMMENTO

Cari amici,
finalmente il tanto atteso commento finale. Altre opere non richiederanno un tale dispiego di forze.

L'orchestra che per prima dovette eseguire il "Tristan" dopo uno sguardo alla partitura dapprima si rifiutò di suonarla. Dovrebbe bastare questo a rendere la rivoluzione in atto con questo lavoro. Pensate per un secondo a come funziona qualsiasi musica "normale" (non parlo delle grandi sperimentazioni elettroniche o degli enormi passi avanti fatti con il metal, il punk o il rock dagli anni Settanta in poi): una serie di suoni, una melodia, che poi chiude in un modo "definito" (io non conosco la teoria della musica, ma ho un'idea di cosa si sta parlando: esistono leggi, nei sistemi tonali, che regolano quali debbano essere le note a disposizione). Per la prima volta, nel Tristan, si vede che le melodie, i gruppi di suoni, sono volutamente "spezzati", sospesi, senza soluzione, a rendere la passione che prende i due amanti e che non trova sazietà in questa vita. La partitura è piena di dissonanze, spesso impercettibili. Inutile dirlo, la prima vera risoluzione e definizione del suono si ha nel finale Liebestod di Isolde, in cui ogni dramma trova pace. La sensazione è allora di stasi, di sonnolenza, di cristallinità, di ultimo sospiro. Gli allestimenti moderni dell'opera sono arditissimi. La presenza scenica e gli atti compiuti sono quasi nulli, incuranti dello spettatore ottocentesco, poco preparato a una simile visione cinematografica. Il peso dato alla parola e all'impianto poetico, tutto di mano wagneriana, con tanto di assonanze (Liebe-Leben-Sterben, amore-vita-morire) è totale.

I temi musicali usati da Wagner per richiamare le situazioni sono sottili, a differenza che in altre opere. Se in altre opere wgneriane i temi sono associati a oggetti e facilmente riconoscibili, qui è tutto come filtrato, come chiuso in una campana di vetro. Il tema dello sguardo, il tema della passione, il tema della morte per amore sembrano tutti figli della stessa idea sonora e serve un pò di allenamento per individuarli. Un esempio di come essi sono usati a livello drammatico, a confermare l'assunzione della musica a personaggio principale? Quando Tristan spira tra le braccia di Isolde, si sente il tema dello sguardo, lo stesso che si era sentito dopo che avevano bevuto il filtro ma interrotto bruscamente a metà. Il sorgere del sole alla fine del secondo atto quando i due vengono scoperti è accompagnato da una variante del tema della morte per amore, profezia del loro destino.

Wagner è troppo spesso dimenticato anche come poeta. Il suo testo è indubbiamente prolisso, incredibilmente irreale e incompatibile con un film moderno (la litigata tra gli amanti nel primo atto è costituito da una decina di cicli di 3 minuti di parole ciascuno in media; la lentezza della scena non sembra voluta per un intento espressivo o canzonatorio nei confronti del pubblico ottocentesco, e questo è un difetto innegabile). Eppure le trovate e gli apporti personali del compositore alla storia (il fatto che i due si amino PRIMA di bere il filtro, l'assenza di motivi medioevali troppo marcati che facilitano la rappresentazione in epoche moderne, l'imprintig filosofico di tutto il testo) sono fattori che impreziosicono di molto la struttura e la valutazione generale del lavoro. Vista dal vivo, la scena d'amore è un momento mistico, una fuga dalla realtà, in termini estetici e non solo. D'altro canto, il monologo infinito di Tristan nel terzo atto è una sfida ardua anche per un appassionato incallito come me: la musica è ferma, le parole si susseguono con una lentezza misurabile, dopo un pò arrivi a chiederti: ma quando finisce?

Le ultime critiche sono per eventuali neofiti. SCONSIGLIO vivamente la visione o l'ascolto di quest'opera senza una preparazione adeguata. A preparazione avvenuta, che è un pò lo scopo di questa rubrica, si potrà affrontare qualsiasi cosa, quindi anche questa.

Capolavoro insuperato, il mio voto da 1 a 5 è 4 e mezzo. Una volta che lo si può avvicinare è in grado di regalare tanto. Spesso fanno capolino suoni che non avevi mai sentito negli ascolti precedenti, che ti trasmettono qualcosa di nuovo, di diverso sulla vicenda che, diciamocelo, archetipica quanto vuoi ma un pò banalotta (almeno senza l'aggiunta metafisica di Wagner).

Curiosità. Assieme alla Tetralogia (per cui però il discorso è completamente diverso), il Tristan è l'unica opera di Wagner rilevante a non prendere ispirazione da temi religiosi. In essa, e in modo diverso nel Parsifal (che andrò a vedere a Torino a fine mese), ha messo credo la sua vena irriverente e meno convenzionale, presentando i due eroi come privi di una qualsiasi religiosità riconducibile a quella cristiano-protestante. Una morale e una religione la loro, in definitiva, unicamente volta all'espressione del loro ego e del loro amore.
Hitler era ossessionato dalla visione nichilistica del Tristan. A Vienna, quando ancora barboneggiava o si arabattava qui e là, l'ha visto all'opera quaranta volte (fonte documentata: si veda la biografia di Hitler scritta da Joachim Fest). Del resto non aveva i CD come li abbiamo noi.

Il vostro amico corrispondente dall'Emilia

lunedì 10 gennaio 2011

Breve lezione di opera

Cari amici,
per comprendere appieno la portata del "Tristan und Isolde" di Wagner ho bisogno prima di trasmettervi qualche nozione sull'opera del periodo precedente.

Un'opera è una rappresentazione teatrale musicata. Prima di Wagner il "peso" dato alle voci era straordinariamente più grande che quello dato alla musica. Essenzialmente essa fungeva quasi sempre da mero accompagnamento alla voce. All'ascoltatore moderno le opere settecentesche e del primo Ottocento danno la sensazione fastidiosa di essere "un pò tutte uguali" dal momento che le forme canoniche della tonalità erano codificate e il pubblico colto dell'epoca poco accettava mutamenti nella struttura. L'opera era a "forme chiuse", vale a dire una serie di "numeri" vocali, con la musica che si interrompe alla fine di ciascuno. Talvolta si ha l'idea che anche la storia narrata sia in secondo piano (una volta ho visto un'opera bellissima che però aveva l'inconveniente di essere un pò ripetitiva... Un figlio che vuole vendicarsi della morte del padre afferma di volerlo fare QUATTRO volte diverse nell'opera, cinque minuti ciascuna volta, risultando quasi ridicolo...). Tant'è che un ascoltatore di musica classica in genere SA che la musica va cercata nelle sinfonie e nelle opere DOPO la metà dell'Ottocento. I meriti dell'opera precedente sono altri ma non è questa la sede per parlarne.

Ebbene. Con Wagner alcune insofferenze presenti già da qualche tempo e sporadicamente nel panorama degli operisti dell'epoca trovano piena espressione. E proprio nel "Tristan und Isolde". Dell'opera particolare parlerò la prossima volta. Ora continuo spiegando cosa accade con Wagner. La sua idea di "opera d'arte totale" (Gesamtkunstwerk) prevede pari peso alla voce, alla musica e alla presenza scenica. In realtà i pesi dati a ciascun aspetto variano di opera in opera. Quasi sempre in lui si vede una prepotente invasione della musica, un'idea molto vicina alla nostra sensibilità, non abituata a lunghe declamazioni di una voce che gorgheggia. Altra rivoluzione: la musica non si interrompe MAI (se non tra un atto e l'altro), in uno svolgersi autoreferenziale che nulla più ha a che vedere con l'accompagnamento di alcuni numeri da circo. Si tratta a tutti gli effetti di un ulteriore personaggio. Ultima genialata, una cosa che può apparire scontata, ma non lo è, alla luce dell'impressionante stasi precedente: ogni situazione psicologica, ora che la musica non si ferma mai, può essere resa con un motivo musicale che si può riutilizzare, variato o con strumenti diversi, in punti diversi del dramma, per richiamare, raccontare, spiegare, commuovere o far sorridere. Un'idea quindi tutta diversa dalla precedente.

Ora ho le basi per spiegare il "Tristan und Isolde". Una volta in Portogallo ho visto una storia dell'umanità in breve su dei pannelli. Una delle date era il 10 giugno 1865, la prima assoluta del "Tristan".

A presto cari amici...

Il vostro corrispondente dall'Emilia

domenica 9 gennaio 2011

Tristan und Isolde: TRAMA

Cari amici,
do ufficialmente inizio alla mia rubrica d'opera, che Ballets ha con grande sensibilità individuato come una possibilità interessante di ampliare il blog. Grazie amico!
Non inizio con uno svolgimento storico dell'opera. Vado più a sensazione. Propongo oggi un capolavoro del solito Wagner (manco a dirlo... varierò lo giuro!).

La trama è patrimonio della cultura archetipica di tutta Europa, base ed ispirazione di altre storie simili. Le versioni della storia sono molto varie e spesso in contraddizione tra loro. Esistono intere biblioteche dedicate ai significati storici, politici, psicoanalitici sottesi alla storia dei due amanti sfortunati. Qui mi limito a dare un sunto della trama nella versione wagneriana, dotata di alcune geniali modifiche che più la avvicinano alla nostra sensibilità moderna.

Tristan è un cavaliere inglese di un Medioevo fuori dal tempo che uccide un cavaliere irlandese per affermare la superiorità dell'Inghilterra, ma rimane ferito gravemente. Viene tratto in salvo su una zattera da Isolde, principessa irlandese, e curato. Dopo del tempo la giovane si rende conto che egli è un nemico e sta per ucciderlo, quando i loro sguardi si incontrano. Perciò lo risparmia e lo lascia andare senza una parola. Tristan torna alla corte di suo zio, il re Marco, e gli propone in moglie proprio la principessa irlandese, certo che questo accrescerà il suo prestigio e porrà fine alle ostilità tra i due paesi. L'opera inizia sulla nave che sta portando Isolde alla corte di re Marco, scortata da Tristan. La donna è visibilmente agitata e delusa dal comportamento di Tristan, che credeva di non rivedere mai più. Perciò, dopo una lunga chiaccherata con la sua ancella, le impone di preparare un veleno mortale per Tristan, che la evita. L'ancella prepara allora al suo posto un filtro d'amore. Durante la violenta litigata che segue tra i due giovani, Isolde finge di essere pronta a sposare Marco, ma di voler prima chiarire. Tristan giunge a capire i reali intenti di Isolde ma beve comunque parte del filtro. Isolde gli strappa la coppa di mano e ne beve a sua volta. Convinti di stare per morire, si guardano come quella prima volta e si abbandonano all'amplesso amoroso. L'ancella accorre e li informa disperata dello scambio dei filtri. Mentre la nave attracca e il re si avvicina, i due vengono separati.


Notte. Isolde attende di spegnere la torcia davanti alla sua stanza, segnale convenuto con Tristan per vedersi. La sua ancella la avverte che la caccia organizzata da re Marco per quella sera probabilmente è una trappola. Isolde non la ascolta e fa calare le tenebre. Parte allora il duetto d'amore più bello (e più lungo) di sempre: 40 minuti d'orologio dove i due amanti si scambiano parole d'amore e di rimpianto. Tutto basato sulla contrapposizione luce-ombra, amore-morte, sembra più una lezione di filosofia tedesca che un mieloso scambio tra innamorati: i due si sentono ingannati dalla luce del giorno e delle convenzioni morali, auspicano la morte per amore e l'avvento del regno della notte, l'unico che può vederli insieme. Sul finale del duettone la musica si agita pesantemente, a rendere l'atto sessuale e l'orgasmo raggiunto dagli amanti. Nell'istante in cui sorge il sole, sopraggiunge il re Marco, che li scopre. In un triste monologo, in cui la delusione dell'amico si fonde alla gelosia dell'innamorato, Marco va avanti a lamentarsi ma senza scomporsi poi troppo. Con un accento bellissimo, Tristan invita Isolde a visitare il suo regno, il regno che tutti gli altri comprende. Isolde accetta. Subito dopo Tristan si lascia ferire da una spada impugnata da un soldato di Marco.

Castello diroccato sul mare. Tristan è morente su un letto all'aperto, assistito da un suo fedele amico. Allucinante il monologo di Tristan, che dura quasi 35 minuti, e prepara la scena finale. Da esso si evince una visione nichilistica della vita. L'amore, il fine ultimo dei due amanti, può essere conseguito solo con la morte, che ha sempre accompagnato la loro storia. Tristan sogna Isolde che accorre dal mare per curarlo. Quando la nave di lei sopraggiunge, lui, in un'ultima spinta di vita, si alza e le corre incontro sanguinante. Isolde arriva, ma è troppo tardi. Isolde lo chiama e cerca di risvegliarlo invano, dopodichè sviene. Nel frattempo Marco l'ha inseguita. Marco, figura di discutibile spessore, si rivolge con parole di perdono a Isolde, che però non lo ascolta. Il Liebestod finale (Morte per amore) è eseguito spesso anche da solo. Isolde si lascia morire sul corpo dell'amato, convinta che nell'alitante Tutto si ritroveranno.

Il post mi sembra già sufficientemente lungo, per cui lascerò un commento particolareggiato sull'importanza di quest'opera per la storia della musica in un post a sè.

Il vostro corrispondente dall'Emilia


domenica 28 novembre 2010

La Tetralogia: IL CREPUSCOLO DEGLI DEI

Cari amici,
la mia storia giunge finalmente a compimento. Dovrò poi far seguire questo delirio da un commento finale...

QUARTA GIORNATA
Il sipario si apre su una notte densa, in cui le Norne, le tre filatrici del destino, si interrogano sugli eventi passati, presenti e futuri. La loro premonizione sul futuro e i loro poteri sembrano notevolmente indeboliti. Mentre filano la fune del destino si spezza. Esse lo prendono come un segno della fine del mondo così come lo conoscono e si ritirano negli anfratti della terra, avvilite e rassegnate.

Alba. Siegfried e Brunilde escono dalla loro dimora sulla rupe di Brunilde e ingaggiano un bellissimo duetto di fiducia e di speranza. Il primo intende partire in cerca di nuove avventure; la donna, ormai mortale e soggiogata da lui, lo lascia partire. Siegfried dona a Brunilde l'Anello maledetto come pegno del loro amore e della sua fedeltà, confermando ancora una volta la sua capacità di essere refrattario al male. Siegfried parte allora sul fiume Reno.

Reggia dei Ghibicunghi, il popolo che vive sulle sponde del Reno. Gunther, il re, si rivolge al fratellastro Hagen, suo consigliere, chiedendogli come può rinsaldare il suo potere. Hagen, apparentemente in buona fede, osserva che sia Gunther che sua sorella, Gutrune, sono senza consorti. Parla allora di Brunilde, una donna splendida assunta su una rupe, protetta da un mare di fuoco, che solo il più grande eroe del mondo, l'uccisore del drago, Siegfried può conquistare. Gunther gli domanda quindi come ciò possa giovargli. Hagen spiega che per convincere Siegfried a conquistare Brunilde per lui basterà farlo innamorare di Gutrune e promettergliela in sposa in caso l'impresa riesca. Gunther e Gutrune sono subito interessati alla cosa. Manco a farlo apposta, in quel momento giunge Siegfried. Subito tra lui e Gunther si crea complicità; Siegfried nella sua bontà scevra di consapevolezza del male si fida e beve da un calice in cui Gutrune ha sciolto un filtro d'amore. Siegfried allora si dimentica di Brunilde e si innamora di Gutrune. Dopo aver fatto un giuramento di fratellanza, Gunther e Siegfried partono alla volta della rupe di Brunilde, affinchè il secondo possa conquistare la sua donna (allucinante...) per il primo. Una volta rimasto solo, Hagen rivela allo spettatore di essere il figlio di Alberich e intenzionato a impossessarsi dell'Anello per il padre.

Brunilde è sulla sua rupe e accarezza l'Anello. In quel mentre giunge Waltraute, una delle sue sorelle Walkirie, che la informa che il loro padre, Wotan, è tornato al Walhalla con la lancia spezzata, che ha radunato tutti i suoi guerrieri nella grande sala e che aspetta la fine. Brunilde si mostra preoccupata fino a un certo punto, mostrando di essere ormai incapace a ricordare la sua vita di prima. Quando la sorella le vede l'Anello al dito e le intima di gettarlo nel Reno per salvare una volta per tutte il mondo, Brunilde si scalda e le dice che mai rinuncerà al pegno d'amore di Siegfried, a costo di vedere il Walhalla crollare, rimanendo così invischiata nella maledizione, anche se per lei l'Anello non rappresenta il Potere, ma l'Amore. Waltraute parte allora disperata, maledicendo la sorella e profetizzando la fine degli dei. Rimasta sola, Brunilde vede il mare di fuoco accendersi. Convinta che Siegfried sia di ritorno, si affretta alla base, laddove trova uno sconosciuto. Siegfried ha indossato l'elmo magico e ha assunto le fattezze di Gunther. Brunilde cerca di difendersi, ma Siegfried-Gunther le ruba l'Anello. In una barca sul Reno avviene lo scambio e Siegfried anticipa l'imbarcazione alla reggia dei Ghibicunghi.

Notte. Hagen riceve la visita del padre Alberich, che dopo tante vicissitudini spera di riottenere finalmente il suo Anello e dominare la Terra. Hagen raduna il popolo, contando di irretirlo nel seguito. Giunge Siegfried, che si ritira con Gutrune. Nel seguito giungono Gunther e Brunilde, prostrata dal dolore. Quando vede Siegfried accompagnato con Gutrune non capisce ciò che accade, dichiara pubblicamente di essere la sua donna e di aver giaciuto con lui. Quando poi vede l'Anello al suo dito comprende di essere stata ingannata. Siegfried, inconsapevole di ciò che accade, giura sulla lancia di Hagen di essere nel giusto e di non aver tradito la fiducia di Gunther. Brunilde del canto suo fa lo stesso e lo accusa di mentire. Ormai inviperita, quando tutti si ritirano, progetta con Hagen e Gunther l'uccisione di Siegfried, rivelando al primo che Siegfried può essere colpito solo sulla schiena (la tradizione reputa questo fatto alla caduta di una foglia di tiglio sulla sua schiena durante il contatto con il sangue del drago; una sorta di variante del mito del tallone d'Achille). Poi si avvia all'altare, dove vengono celebrate le sue nozze con Gunther e quelle di Siegfried con Gutrune.

Siegfried si allontana durante una battuta di caccia. Giunto sulle sponde del Reno incontra le ondine, che cercano di sedurlo. Lo mettono in guardia dall'Anello e lo pregano di restituirlo. Siegfried non ne vede il motivo perciò rifiuta. Le ondine se la ridono mentre gli predicono la morte, certe anche loro che ormai gli eventi non possono essere mutati. Raggiunto dai partecipanti alla caccia, tra cui Hagen e Gunther, Siegfried inizia a raccontare del suo scontro con il drago. A seguito dell'ennesimo filtro propinato da Hagen, riacquista la memoria e, come rapito, narra anche della sua conquista di Brunilde. Di fronte alla sorpresa degli astanti, Hagen si sente finalmente giustificato dai giuramenti posti sulla sua lancia di uccidere l'eroe. Dopo un'ultima invocazione alla donna amata, Siegfried spira. Gunther sembra pentito e avverte che la volontà di Hagen ha avvelenato gli eventi sin dall'inizio. La Marcia Funebre per Siegfried è un bellissimo intermezzo musicale che rievoca la sua vita.

Alla reggia dei Ghibicunghi giunge la battuta di caccia con il corpo di Siegfried. Hagen mostra compiaciuto il cadavere a Gutrune che si dispera. Poi, di fronte a tutti, dichiara di potere, a ragione, rivendicare per sè l'Anello di Siegfried. Quando si avvicina per impossessarsene la mano del cadavere si alza come ad ammonirlo; Hagen resta sconvolto, conscio della sua sconfitta. In un monologo finale interminabile, Brunilde mostra di aver compreso la verità: la fine degli dei era in opera dal principio, da prima della forgiatura dell'Anello. Esso ha solo accelerato il processo. I maneggi di suo padre Wotan hanno portato a questo e alla morte dell'uomo nuovo, Siegfried. Rivolta al cielo mormora comunque parole di pace per lui. Prende indisturbata l'Anello dalla mano di Siegfried e si getta nella pira funebre di Siegfried con il suo cavallo. A quel punto il Reno esce dagli argini e le ondine tornano in possesso del loro oro, mentre Hagen annega. Il fuoco raggiunge la dimora degli dei, che ne viene completamente invasa e distrutta.

Il mondo di prima non esiste più, ma la speranza di un mondo migliore è ora possibile.
FINE DELLA QUARTA GIORNATA

Qui di seguito alcuni link fondamentali. La parte musicale dell'ultimo link è universalmente riconosciuta come uno dei vertici musicali di tutti i tempi (questo ve lo consiglio vivamente; per quanto riguarda le immagini la produzione è un pò datata ma efficace).

Duetto Siegfried-Brunilde e viaggio di Siegfried sul Reno:
http://www.youtube.com/watch?v=9hznQe0DlZE
Seconda parte morte di Siegfried e Marcia Funebre:
http://www.youtube.com/watch?v=VqZWd3_WhvM&NR=1
Finale opera:
http://www.youtube.com/watch?v=dpzwvlEVLgM

Buon ascolto cari amici... Ho terminato questo progetto.

Il vostro corrispondente dall'Emilia in trasferta

sabato 27 novembre 2010

La Tetralogia: SIEGFRIED

Cari amici,
ormai ho intenzione di terminare questo progetto, nonostante qualche mormorio di sottofondo. Seguirà un quinto post di commento generale.

TERZA GIORNATA
Ancora una volta sono trascorsi un sacco di anni dalla fine dell'ultima opera. Il sipario si apre su una caverna a forma di fucina, in cui è presente Mime (il fratello di Alberich, il Nibelungo malvagio) che architetta un piano tutto suo. Anni prima ha accolto una Sieglinde morente e ha allevato il figlio di lei, Siegfried. Il nano tenta di riforgiare la spada di Siegmund, Notung, senza riuscirci; il suo progetto è addestrare Siegfried e inviarlo a combattere Fafner, il gigante-drago, per impossessarsi dell'Anello. Il ragazzo è ardito e mal sopporta la presenza del nano, che sa non essere suo padre. A un certo punto giunge Wotan, che ingaggia con Mime una gara di indovinelli per testare la purezza dei suoi intenti, che si rivela scarsa. Il dio è maturato molto dalle ultime opere, come vedremo, e conta di non intervenire più attivamente nelle vicende riguardanti l'Anello perchè l'ultima volta che ci ha provato ha fatto un gran casino e ha perduto una figlia. Arriva Siegfried che riforgia la spada del padre e parte con Mime alla volta della caverna del drago, ignaro di ciò che lo attende e desideroso di conoscere per la prima volta la paura.


Davanti alla caverna Alberich attende l'esito della battaglia, certo che andrà a suo favore. Giunti Siegfried e Mime, egli si nasconde. Mime se ne va, lasciando l'eroe davanti alla caverna. Il ragazzo inizia a meditare su di sè, sui suoi genitori mai conosciuti, sulla natura. Viene interrotto dal drago Fafner che esce dalla caverna in cerca di cibo. Il dialogo tra i due termina con un duello che vede il drago perdente. Negli ultimi istanti di vita, Fafner mette in guardia Siegfried dalla maledizione legata all'Anello. Morto il drago, Siegfried si rende conto che il contatto con il suo sangue gli consente di percepire il canto degli uccelli del bosco. Un uccellino gli svela l'esistenza, all'interno della caverna, del tesoro dei Nibelunghi. Siegfried lascia tutto lì, preleva solo l'elmo magico e l'Anello. Così facendo Siegfried riesce a sottrarsi alla maledizione, conquistando l'Anello ignaro del suo potere e dandogli pochissimo valore. All'uscita ritrova Mime, intenzionato ad avvelenarlo a tradimento e a rubargli l'Anello. Ma grazie a un incantesimo Siegfried lo smaschera e, disgustato, lo uccide e getta il suo corpo nella caverna, coprendo l'entrata con la carcassa del drago. Alberich assiste alla scena e comprende che non può ancora entrare in azione; è però lieto che l'Anello non sia più in mano al drago. Guidato dall'uccellino, Siegfried parte alla volta di una rupe su cui giace una dama addormentata, protetta da un mare di fuoco (si ricorderà Brunilde).

Wotan va a trovare la dea Erda, che tanti anni prima lo ammonì dal possedere l'Anello e gli predisse la fine degli dei. Egli mostra di aver compreso la lezione: il suo tempo è finito e la corruzione della stirpe divina sta giungendo a compimento. Non ha in mente di fermare questo processo, a cui peraltro ha contribuito (l'influenza di Nietzsche è palpabile: di questo parlerò nel quinto post). Il futuro appartiene a un uomo nuovo, un uomo ignaro del potere e capace di cambiare il mondo. Siegfried arriva alla base della rupe di Brunilde e lì, finalmente, incontra Wotan. Dopo uno scambio verbale in cui Wotan si compiace dell'ardire del giovane, Siegfried riconosce colui che ha spezzato la spada del padre e distrugge la lancia di Wotan. A quel punto il dio comprende che il suo ruolo è terminato davvero (il simbolo della sua egemonia sul mondo è distrutto): lascia passare il giovane che sale sulla vetta. Lassù trova Brunilde addormentata e, al cospetto della sua bellezza, apprende la paura, che nemmeno il drago gli ha insegnato. Con un bacio sveglia la ragazza che, dopo aver salutato il sole e la vita ritrovata, apprende di aver fatto la scelta giusta: presentiva che solo lui avrebbe potuto svegliarla e superare il mare di fuoco, il figlio di Sieglinde da lei difeso nell'opera precedente. Dopo un duettone infinito, Brunilde rinuncia alla verginità e si abbandona felice tra le braccia di Siegfried.
FINE TERZA GIORNATA

Qui di seguito il momento culminante della lancia spezzata di Wotan.
http://www.youtube.com/watch?v=dqScmEUkL2U&feature=related

Come al solito sarà necessaria un pò di pazienza.

Il vostro corrispondente dall'Emilia

venerdì 26 novembre 2010

La Tetralogia: LA VALCHIRIA

Cari amici,
la mia narrazione continua.

SECONDA GIORNATA
Sono trascorsi anni dalla prima opera. L'eroe Siegmund si rifugia in una casa rustica durante una tempesta. Lì è accolto dalla bella Sieglinde: è subito passione. Ma improvvisamente arriva a casa il marito di lei, Hunding, una sorta di bigottone, a cui è stata maritata senza amore. Dopo una cena tesa, Hunding scopre che Siegmund appartiene ad una stirpe, quella dei Walsidi, contro cui egli combatte. Siegmund narra le sue gesta, di come combattè per anni a fianco del padre (la madre era morta e la sorella scomparsa), poi scomparso anche lui nella foresta. Sieglinde addormenta il marito con una pozione e ha così modo di discutere con Siegmund: la giovane rivela che il giorno del suo matrimonio un uomo cieco in un occhio infilzò una spada nel tronco centrale della casa, sfidando i presenti a sfilarla, impresa tentata da molti ma mai riuscita. I ragazzi percepiscono di stare scoprendo sempre più cose in comune... Siegmund riesce a estrarre la spada magica dal tronco e la chiama Notung. In un lampo di illuminazione, dopo questo gesto, si scoprono fratelli di sangue: Sieglinde è la sorella perduta da Siegmund. Incuranti della morale comune, si abbandonano all'impeto della passione, consumando l'incesto. Subito dopo fuggono dalla casa di Sieglinde.

Valle rocciosa. Il dio Wotan cavalca con la figlia Brunilde, una delle Walkirie, semidee reputate alla ricerca di guerrieri valorosi da uccidere e da portare nel Walhalla. Wotan è informato dell'incesto consumato da Siegmund e Sieglinde e ordina a Brunilde di aiutare il primo nel probabile duello con Hunding. La moglie di Wotan sopraggiunge imponendogli invece di dare la vittoria a Hunding: Wotan è il garante della legge, dell'ordine, dei giuramenti, perciò DEVE garantire la vittoria al marito e non al fratello incestuoso. A questo punto Wotan si confida con la figlia e le confessa tutta la verità. Le racconta la storia di Alberich, dell'Anello maledetto, dell'oro, dei giganti, spiegandole il suo piano per riavere l'Anello e liberare il mondo dalla minaccia del Nibelungo: ha generato Siegmund e Sieglinde affinchè il primo riconquisti l'Anello per lui, ignaro del suo valore, dal momento che lui, legato dalla maledizione e dalle Rune scritte sulla sua Lancia, non può farlo. Le impone quindi, a malincuore, di dare la vittoria a Hunding. Brunilde intercetta i fratelli in fuga e, mentre la giovane giace addormentata, dice a Siegmund di seguirla nella rocca beata del Walhalla. Ma Siegmund afferma di voler essere solo là dov'è Sieglinde e preferirebbe ucciderla che lasciarla. La vergine Brunilde, finora ignara dell'amore umano, si commuove e decide, contro il volere del padre, di difendere Siegmund. Durante il duello tra i due uomini interviene però Wotan in persona che manda in frantumi la spada magica, consentendo a Hunding di uccidere il figlio. Brunilde raccoglie i frammenti di Notung e porta via una Sieglinde sconvolta. Wotan, disgustato dai suoi pasticci e dall'ingenuità con cui ha creduto di risolvere in senso positivo l'avventura dell'opera precedente, uccide Hunding e si mette all'inseguimento della figlia traditrice.

All'inizio del terzo atto c'è la celebre cavalcata delle Walkirie, le altre 8 oltre a Brunilde, che accorrono in suo aiuto. Brunilde ha ormai scelto l'Amore e dice a Sieglinde di lottare e sopravvivere se non altro per il figlio che porta in grembo. In un momento di altissima intesa femminile, la Walkiria dona alla ragazza la spada frantumata e la lascia libera, dopo averle detto di chiamare il nascituro Siegfried. Mentre le sorelle cercano di proteggerla, Wotan arriva e le caccia, rimanendo solo con la figlia. Soggetta ormai all'ira paterna, apprende che la punizione che Wotan ha in serbo per lei è pesante: la perdità della divinità e un destino di donna comune. Il dio conta di addormentarla su una rupe e lasciarla in balia del primo bruto che, svegliandola e rubandole la verginità, la condannerà al futuro che ha scelto. Durante un duettone infinito, Brunilde gli spiega che ha fatto libera ciò che lui, prigioniero dei suoi poteri, voleva ma non ha potuto fare. Alla fine lo implora almeno di coprire la rupe con un mare di fuoco, di modo che la svegli solo il più coraggioso tra gli eroi. Wotan, intenerito, accoglie la sua richiesta e, durante uno dei momenti più struggenti della Tetralogia, si congeda dalla figlia dopo averla addormentata.
FINE SECONDA GIORNATA

Qui di seguito il congedo di Wotan. Chi non ha pazienza si ascolti solo il secondo link.

http://www.youtube.com/watch?v=hNPBclhziXE&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=3sB_-rxMtAM&feature=related

Buon ascolto cari amici.
Il vostro corrispondente dall'Emilia in trasferta

La Tetralogia: L'ORO DEL RENO

Cari amici,
incoraggiato dal commento di Ballets al mio ultimo post su Wagner ho deciso di raccontarvi una storia... Per trasmettervi come sia sciocco relegare a tutti i costi in un ambito "impegnato" l'opera lirica. E anche perchè, ahime, ora come ora non ho nulla da fare...
Se non conosco la "Divina Commedia" di Dante sono un ignorantone, ma se non conosco la tetralogia di Wagner "L'Anello del Nibelungo" (datata, completa, 1876) sono a posto, anzi evito di apparire come un nonnetto in giacca e cravatta che si sorbisce ore di declamazioni su un palco. Capolavoro musicale portatore di valori senza tempo, la Tetralogia è una storia unica divisa in quattro parti, ciascuna ascoltabile singolarmente. Wagner ha rielaborato alcuni miti nordici aggiungendo qualcosa di suo. Chi è appassionato di fantasy non esiterà a riconoscere alcuni temi cari al buon Tolkien, che ha pubblicato "Il Signore degli Anelli" quasi 80 anni dopo la prima rappresentazione della Tetralogia. A storia finita (dopo il quarto post) spero vi siate trovati a capire un pò di più chi ascolta l'opera.
PRIMA GIORNATA
Fiume Reno. Le tre sciocche figlie del fiume montano la guardia all'oro custodito dal padre. Giunge improvvisamente il Nibelungo Alberich (una sorta di nano) che vuole possederle. Le ondine si burlano di lui e gli rivelano che l'oro del Reno consente di dominare la Terra a colui che rinuncia all'Amore. Chi mai farebbe un simile scambio? Il nano, frustrato dalle loro risa e dai loro rifiuti, rinuncia all'Amore e ruba l'oro, che usa per forgiare un Anello, mentre le ondine piangono la perdita dell'oro.

Valle in cui sorge una splendida rocca, il Walhalla, la dimora degli dei. Wotan (il dio Odino) ha promesso la dea dell'Amore ai giganti, i fratelli Fasolt e Fafner, per la sua costruzione. Egli è rappresentato come signore della guerra e dei corvi. Egli è senza un occhio perchè lo ha perso strappando uno dei rami dell'albero della vita. Con quel ramo ha costruito la Lancia Runica, con la quale si è fatto garante dell'ordine, dei patti e dei giuramenti. In questa prima parte è ossessionato dal consolidare il proprio potere. Quando i giganti vengono a reclamare il loro tributo, il dio lo rifiuta. Loge, dio del fuoco e dell'inganno, giunge al momento giusto, raccontando dell'oro rubato e propone uno scambio: l'Anello al posto della dea dell'Amore. Wotan e Loge scendono nel regno di Alberich per recuperare l'Anello.

Il regno di Alberich è una sterminata miniera in cui i Nibelunghi sono schiavi della sua volontà e costretti a lavorare per estrarre oro dalla terra. Il fratello di lui, Mime, gli ha forgiato un elmo magico con cui può diventare invisibile o cambiare aspetto. Il suo scopo è ridurre "il mondo di sopra" come quello "di sotto" e rendere tutti tanto disperati da non volere più l'amore, ma l'oro. Quando giungono Wotan e Loge, inizia una lotta d'astuzia che Alberich perde. Ridotto in catene è costretto a cedere il tesoro dei Nibelunghi, l'elmo e l'Anello. Prima di scomparire lo maledice, condannando alla brama di potere e alla morte coloro che lo portano. Al ritorno dei giganti, Wotan cede tutto il tesoro e l'elmo, ma rifiuta di consegnare l'Anello. Appare allora Erda, dea della terra e della conoscenza, che gli intima di lasciarlo andare, perchè "Quanto è, finisce". Turbato dalla profezia della dea, Wotan consegna l'Anello ai giganti. Fafner uccide il fratello Fasolt, che lo aveva toccato prima di lui, avverando per la prima volta la maledizione di Alberich. Una volta impadronitosi dell'Anello, si trasforma in drago e fugge con il tesoro. Tutti gli dei, a parte Wotan, che è preoccupato, sono felici e si apprestano ad entrare nel Walhalla, mentre le figlie del Reno piangono, reclamando l'Oro e lasciando intendere che il lieto fine è lontano.
FINE PRIMA GIORNATA

Qui c'è una foresta di simboli e di richiami. Le interpretazioni possibili sono infinite. A me piace pensare semplicemente ad una bella storia. Ma per chi volesse andare oltre a tutti i costi, c'è chi ha visto nell'oro e nell'Anello il simbolo della società capitalistica, una società spersonalizzante, priva di poesia e umanità. L'umanità sarà il tema della Seconda Giornata. Come avrete già capito l'opposizione fondamentale Potere-Amore permeerà tutta la storia. Ma il messaggio non è così scontato. In quel "Quanto è, finisce" si percepisce, in modo incredibilmente profetico, come si vedrà nell'ultima giornata, la fine di un'epoca, come di lì a poco le guerre mondiali avrebbero drammaticamente confermato.
Qui di seguito il finale epico, tipicamente wagneriano.

Nella viva speranza di avervi annoiato esco di casa.
Il vostro corrispondente dall'Emilia in trasferta forzata