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sabato 22 dicembre 2012

Lavoro e vita in costa azzurra

Dopo il post che avevo scritto qualche mese fa e che descriveva a grandi linee la prospettiva di un lavoro oltreconfine francese ai neolaureati genovesi (e non solo), entro un po' più nel dettaglio di alcune piccolezze che possono rivelarsi importanti nel momento in cui uno si trovi a scegliere tra una proposta italiana e una nella Francia del sud.. Faccio presente che sono un neofita anch'io in Francia e molte delle cose le sto scoprendo a poco a poco quindi passatemi eventuali dimenticanze o imprecisioni..

Partiamo dalla cosa più importante: i soldi. Avevo scritto che in generale qui gli stipendi sono più alti rispetto all'Italia (ed effettivamente è così) ma bisogna stare attenti ad alcune piccole differenze che esistono tra i due paesi per ciò che riguarda il regime fiscale. In generale, un contratto di prima assunzione in un'azienda IT di questa zona ha un lordo non di poco superiore ai trenta mila euro annui a cui poi si aggiungono alcuni bonus tipo rimborso spesa giornaliero che possono variare tra i 5 e i 15 euro al giorno. Una prima differenza con l'Italia è nel concetto di "netto": infatti, a parità di lordo, in Francia la cifra che vi viene accreditata ogni mese sul conto è più alta di quella che vi darebbero nel nostro paese. In altre parole, in Francia, dal lordo viene mensilmente  sottratta una parte minore in tasse rispetto a quanto accade in Italia. C'è un però, e qui sta il punto: mentre in Italia, per ciò che riguarda un lavoratore dipendente, il netto è il netto e non ci sono ulteriori prelievi legati al reddito, in Francia, invece, un 23% del lordo viene prelevato dalla busta mese per mese mentre circa un 8% (percentuale che aumenta all'aumentare del reddito) deve essere conguagliato, una volta l'anno, dal contribuente allo Stato in occasione della dichiarazione dei redditi (in pratica, ogni anno vi parte un po' meno di una mensilità "netta"). Attenti, quindi, a non farvi abbindolare da netti alti che però giocano sulla differenza che c'è nel concetto di netto tra Francia e Italia: prendete il lordo che vi propongono, sottraetene circa un trenta per cento (a meno che il vostro lordo non superi i 40 milla e in tal caso fate il calcolo per esempio qui) e confrontate il netto vero e proprio con quello che avreste in Italia! 

Capitolo casa. Come avevo forse già scritto, il costo di un affitto qui è paragonabile a quello che vi trovereste a pagare in una grande città italiana: si possono trovare monolocali tra i 450 e i 700 euro al mese (a seconda della zona, della vista, eccetera) mentre una camera singola in appartamento condiviso può costare tra i 300 e i 450 euro al mese. Anche qui, se si viene dall'italia, c'è qualcosa in più da considerare: in Francia esiste una tassa di abitazione che deve essere pagata da chi abita nella casa, sia che questo sia proprietario sia che sia inquilino.. E' calcolata in base alla metratura e in base alla zona ed è stimabile più o meno pari al costo di una mensilità di affitto o qualcosa di meno. Nel caso uno sia proprietario della casa in cui vive, beh, si dovrà pagare sia la tassa di abitazione sia la tassa di proprietà (che e' in generale più alta). In più, in Francia è obbligatorio farsi un'assicurazione contro gli incidenti domestici (rottura tubature, o cose così) che va a costare un'altra decina di euro al mese. L'equivalente della tassa sulla spazzatura che abbiamo noi in Italia è compresa nella tassa di abitazione.

Un sacco di costi in più quindi, ma a stare in Francia c'è pure qualche vantaggio: niente bollo sull'auto, benzina meno cara perchè con meno accise, per esempio. Nella zona di Sophia Antipolis, bus economici (20 euro al mese) o addirittura gratuiti per andare al lavoro (anche se non funzionano gran che bene!). E poi 35 ore settimanali (nel caso vi assumano con contratto a 37,5 ore, le 2,5 ore a settimana lavorate in più vengono accumulate mese per mese per andare a costituire giorni di ferie). 

Vita di tutti i giorni in costa azzurra: i prezzi nei supermercati mi sembrano più o meno in linea con quelli italiani anche se ci sono differenze sostanziali su alcuni prodotti (yogurt e cereali incredibilmente economici, verdura e frutta cara, eccetera). Una birra in un pub in costa azzurra può costarvi davvero cara se non state attenti a scegliere il posto, però è chiaro, essendo località turistiche, un bar sul lungo mare può avere prezzi doppi rispetto ad uno più all'interno. Contratti ADSL tra i venti e i trenta euro al mese come per abbonamenti per telefoni cellulari tutto compreso (anche se esistono rare e piacevoli eccezioni come Free che propone 120 minuti di chiamate e sms illimitati per 2 euro al mese!). 

Chiudo segnalando un sito (glassdoor) che raccoglie recensioni di aziende di tutto il mondo fatte anonimamente e spontaneamente da attuali o ex impiegati. Può essere un buon aiuto perchè se siete fortunati può fornire info su stipendi, criteri di assunzione, prospettive e qualità dell'atmosfera e del lavoro all'interno dell'azienda! 

...Buona fortuna!

giovedì 22 novembre 2012

Choosy, un mese dopo


Circa un mese fa, l’uscita della Fornero a proposito dei giovani: troppo “choosy” nella scelta lavorativa, cioe’ troppo schizzinosi. La frase aveva scaturito parecchia indignazione nel mondo giovanile anche perché, andando indietro nel tempo, questa ne seguiva altre che avevano già esasperato i toni, tutte provenienti dal governo dei tecnici: sfigato chi si laurea a 28 anni, sprovveduto chi ancora aspira al posto fisso per il proprio futuro lavorativo.

Personalmente, io non sento di unirmi al coro degli indignati ma devo dire che questa volta il motivo che ha dato luogo all’esternazione della Fornero non l’ho proprio capito. Negli altri casi, le affermazioni dei tecnici su giovani, laurea e lavoro erano state avventate e forse poco diplomatiche ma secondo me andavano a battere una strada che poteva effettivamente portare qualcosa. Insomma, è sicuramente vero che tra i laureati a 28 anni ci sono pure storie di gente che lavorava per pagarsi gli studi o ha avuto difficoltà di ogni genere, ma ce ne sono anche parecchi che ci hanno solo messo molto più tempo. E, se è pur vero che la mancanza di un contratto a tempo indeterminato  ti preclude la possibilità di vivere una vita al pieno delle possibilità, è altresì vero che, a diciotto anni, maneggiare per ottenere un posto fisso in comune “perché non si fa un cazzo e non te lo possono togliere” è un estremo da estirpare. In questa direzione, qualche frecciatina come quelle che erano state lanciate non faceva certo male.

Il choosy della Fornero, invece, mi sembra del tutto campato per aria. Questo articolo del Fatto conferma in cifre quello che chiunque di noi già sa, cioè che, in Italia, la maggior parte della gente che si laurea in una qualunque disciplina, poi finisce a fare tutt’altro nella vita. Segno che così choosy i giovani non sono. Segno anche che il sistema universitario italiano fa schifo, o almeno fanno schifo la sua capacità di interagire ed adattarsi al mondo del lavoro. E fanno schifo anche i criteri di trasparenza che vengono adottati nel presentare il binomio università - prospettive lavorative ai giovani liceali. La realtà – per me – è che i giovani dovrebbero essere molto più choosy di quanto nono siano stati fin’ora e dovrebbero cercare di esserlo molto prima dell’inserimento lavorativo, cioè appena finiscono le scuole superiori.  Dovrebbero essere choosy nello scegliere l’università oppure nel decidere se sceglierla. In tanti altri paesi del mondo le cose sono molto più chiare: ci sono università migliori e università peggiori e , per ciascuna materia, si sa fin da subito quanto, il decidere di cimentarsi con l’una piuttosto che con l’altra, possa o meno precludere determinate prospettive lavorative. In Italia no. Istruzione di alto livello per tutti, pazienza se a ventisei anni, laureato in lettere, scopri che – per fare il commesso – allora avresti preferito impiegare questi anni per imparare a fare l’elettricista e costruirti una professione. La realtà è che, se vogliono costruirsi un futuro, i giovani italiani dovrebbero imparare a snobbare le università di provincia e le materie fini a se stesse, riempire la valigia e andarsi a misurare con istituti di sicuro valore, siano questi in Italia o all’estero, oppure mollare i libri e buttarsi fin da subito su una professione seria.

Ma il choosy della Fornero, non è solo questo. Letto in altri termini è anche una provocazione nei confronti dei giovani ad opera di una delle rappresentanti della generazione che ha maggiormente contribuito a devastare il mondo universitario. Non parlo tanto del fatto che lady Fornero ora sia al governo ma del suo ruolo precedente a quello attuale, cioè quello di professoressa universitaria. La Fornero appartiene alla generazione di docenti che ha sfasciato l’università attuale, con la sua sciatteria e la sua pigrizia. Ordinari che hanno passato gli ultimi vent’anni dedicando molto più tempo a tentar di imbastire truffe mascherate da corsi universitari che a produrre ricerca. Gente incapace di capire il fatto che, in mezzo a università e mondo del lavoro, non ci può essere il vuoto e interessata unicamente a promuovere – con mezzi subdoli - i propri corsi di laurea, allo scopo di ottenere iscrizioni e quindi fondi. Gente che non è mai in ufficio e che non fa nulla e si lamenta quando non ottiene il posticipo del pensionamento. Gente da anni a capo della principale macchina produci disoccupati che esista  e che non si vergogna ad andare in giro adire idiozie sul come dovrebbe funzionare il mondo. Gente che, per anni, ha bandito concorsi di assunzione in cui una buona raccomandazione interna contava piu' di pubblicazioni e collaborazioni internazionali. Gente che non producearticoli, non va a convegni, non fa nulla, perché il divano di casa è troppo comodo. E’ chiaro che non sono tutti così e che tantomeno lo è la Fornero. Ma è altrettanto chiaro che se noi ci meritiamo un choosy, tanti di loro si meriterebbero un calcio nel culo.

Chiudo linkando un post fantastico che ho trovato su un blog che non conoscevo e che tratta lo stesso tema: mi raccomando leggetevelo tutto – commenti compresi – perche’ ne vale la pena! 

mercoledì 31 ottobre 2012

Lavorare vicino a casa ma oltreconfine


Siccome mi e' capitato piuttosto spesso di scrivere sul blog di lavoro, prospettive per i neolaureati e non solo, non posso non spendere qualche riga a descrivere l'esperienza lavorativa che ho appena cominciato in Francia.

Usciti dall'Universita' di Genova (ma non solo da questa) pochi di noi sanno che oltre alle mecche lavorative di Torino ma soprattutto Milano, esiste almeno un'altra realta' a portata di mano: quella di Sophia Antipolis. Sophia Antipolis e' un'area collocata in Costa Azzurra, pochi chilometri dietro le citta' di Nizza, Antibes e Cannes (cioe' a circa due ore d'autostrada da Genova): non e' propriamente una citta' ma un agglomerato di aziende e di servizi ai lavoratori di tali aziende, i quali risiedono principalmente nei tre centri che ho elencato prima ma che passano la loro giornata lavorativa qui. Le aziende presenti in quest'area hanno come denominatore comune quello di essere aziende tecnologiche: spaziano dall'ambito puramente informatico a quello elettronico e delle telecomunicazioni, a quello farmaceutico e delle biotecnologie. Insomma, il paradiso lavorativo del laureato in materie scientifiche. Non mancano universita' e istituti di ricerca: l'INRIA (il CNR francese - senza offesa per i francesi) ha una sede importante sul posto e interagisce con alcune delle aziende che hanno sede qui. 

L'azienda piu' importante con sede a Sophia Antipolis e' Amadeus, una multinazionale che si occupa di fornire software in ambito turistico: per dare un'idea delle dimensioni, questa sola azienda da' lavoro a piu' di 4000 dipendenti nella sola sede situata nel sud della Francia. In generale, gli stipendi sono molto piu' alti che in Italia e, se anche il costo della vita e' comunque piu' caro rispetto che da noi (parlo di Genova ma non di Milano), il bilancio rimane nettamente in attivo. Le assunzioni sono continue anche se la concorrenza e' piuttosto alta: Amadeus, per esempio, ha come politica quella di assumere gente da tutte le parti della Francia e del Mondo, privilegiando i curriculum migliori in termini di diplomi, voti ed esperienze maturate, a prescindere dal fatto che questi non siano molto legati al lavoro che ti propongono. Il flusso di assunzioni e' cosi' intenso da essere in parte gestito da aziende di consulenza che svolgono il mero ruolo di cacciatori di teste per Amadeus: scovano curriculum su Monster o su altri motori di ricerca e poi li segnalano ad Amadeus. Nel caso questi dia l'ok, loro li assumono spedendoli a lavorare li' e ricavandoci immagino un bel po' di soldi. Io stesso - a quanto ho capito - riceverei un premio se segnalassi alla mia azienda di consulenza il profilo di qualcuno che dopo la trafila del colloquio venisse assunto (quindi, se siete interessati..).

Ci sono parecchi italiani, per vari motivi: vicinanza, stipendi ma anche perche' evidentemente la formazione che abbiamo e' ben considerata (anche se ho notato che i politecnici di Milano e Torino sembrano essere privilegiati rispetto alle altre universita'). Su internet si trovano anche parecchi blog che descrivono piu' nel dettaglio vita ed esperienze qui, ma comunque in costa azzurra si vive bene: Nizza, Cannes e Antibes non le scopro certo io.. Insomma io, se dovessi scegliere tra qui e Milano, non ci penserei due volte!

Continua qui.

lunedì 7 maggio 2012

Attualità

E’ notizia di questi giorni quella dell’inizio della battaglia del governo contro gli sprechi dell’apparato statale. Tecnici che nominano tecnici che nominano tecnici e addirittura un portale web sul quale ogni cittadino può segnalare gli sprechi e dare una mano nello snellimento della macchina pubblica. Ad una prima occhiata l’inizio non è dei migliori: l’opera di snellimento comincia con l’assunzione di ulteriore personale, peraltro datato e strapagato (i tecnici dei tecnici e i tecnici dei tecnici dei tecnici) e con un’iniziativa (quella del sito web) dall’utilità pratica nulla che, a ben guardare, al conto delle spese statali aggiunge quelle di chi si è occupato di creare il portale e di chi starà lì a leggersi segnalazioni del tipo “la moglie del mio vicino entra tardi a lavoro..”. Ma è pur vero che da qualche parte bisogna cominciare e, per certe cose, è meglio tentare facendo errori che non fare nulla.

Da valutare la serietà dell’iniziativa: il solo cominciare a parlare di tagli alla spesa può mettere un freno al dilagare del malcontento derivante da tasse, benzina ed equitalia e il governo lo sa bene. Il portale delle segnalazioni, poi, sa di valvola di sfogo e mi ricorda un po’ i due minuti d’odio di 1984. In pratica, solo il tempo ci dirà se l’iniziativa è seria o solo propaganda.

La verità è che di riforme nel pubblico ce ne sarebbe davvero bisogno. Basti pensare all’università, l’unico ambiente statale che conosco davvero da vicino: quanti ordinari o associati che, dopo trent’anni di carriera, hanno un curriculum tale per cui adesso non riuscirebbero a vincere neppure un posto da ricercatore? Quanti tecnici che, dopo trent’anni che lavorano nello stesso posto, non hanno ancora un ruolo preciso, per il fatto che non c’è bisogno di loro o perché troppo indolenti per sapersi trovare un ruolo in tanti anni? E, nelle università, notoriamente i finanziamenti latitano: cosa potrà succedere in quei reparti per cui il portafoglio statale è sempre stato aperto, come l’esercito o la sanità? Quali e quanti sprechi, privilegi e inettitudini strapagate?

L’idea mia è che non servano segnalazioni ma basti confrontare i dati dove, nel particolare, sta scritto quello che tutti già sanno e avere il coraggio di tentare di migliorare le cose senza essere troppo sensibili ai malumori di categorie e politica. Tagliando il privilegio di un buono stipendio a chi non lo merita, trasferendo chi non è utile e licenziando anche qualcuno: non succederà niente di tutto questo, ma se da adesso in poi, anche nel pubblico, si trovasse il modo di valorizzare quegli enti che, con determinate risorse e obblighi, riescono a mantenere bilanci decenti ottenendo buoni risultati e penalizzando chi non vi riuscisse, beh allora magari un po' di attenzione al merito e a qualità e quantità di lavoro forse si trasferirebbe anche tra le scrivanie delle anagrafi come tra le cattedre delle università piuttosto che negli ospedali. E le cose migliorerebbero.

giovedì 29 marzo 2012

L'Università del precariato

Che la situazione dell’università italiana non sia rosea è cosa risaputa. Si sente e si è sentito tanto parlare di tagli alla ricerca, di fuga dei cervelli, di accentramenti, eccetera, ma fino ad ora non mi era mai capitato di leggere nessun articolo che andasse così nel dettaglio delle prospettive dei precari dell’università come quello che ho letto qualche giorno fa su Repubblica. Sebbene la scarsità e la cattiva gestione dei fondi per università e ricerca siano un problema che non riguarda soltanto chi in università lavora ma anche (o forse soprattutto?) chi l’università la frequenta o la frequenterà da studente, nonché il prestigio e l’avanguardia scientifica nazionale, resta il fatto che la situazione del precariato universitario è sempre più grigia ogni anno che passa: prospettive di continuità all’interno degli ambiti universitari bassissime, assenza di tutele e contributi versati e difficoltà nel trovare sbocchi anche nell’ambito privato (causa età avanzata e scarsa dimestichezza con tematiche spendibili nel mondo del lavoro). L’articolo di cui sopra, che riporta i dati di una ricerca condotta dall’ADI, associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani (vale a dire la quasi totalità del precariato universitario), descrive una situazione in cui addirittura l’85% del precariato universitario non avrà mai un contratto a tempo indeterminato in un’università italiana. Il dato è una discreta mazzata per tutti quelli che abbiano qualche ambizione in questo settore anche se, a mio parere, non tiene conto della percentuale (comunque bassa) di chi – per scelta – decide di trovare lavoro in università estere o in ambito privato.
Siccome in università ci ho passato un discreto periodo di tempo, vorrei fare due conti sul come si presenta la situazione a Matematica a Genova, un po’ per vedere se effettivamente siamo in linea con i numeri dell’articolo ma anche perché, spesso, descrivere una situazione particolare fa capire molto meglio quello che percentuali e cifre a nove zeri non lasciano trasparire. Breve premessa: quella del dottorato è la strada che comunemente si intraprende subito dopo la laurea se si vuole diventare professore in un’Università o in un altro ente di ricerca. Fino ad oggi (con la riforma Gelmini sono state introdotte delle modifiche), ottenuto il titolo di Dottore di Ricerca, il percorso classico di un aspirante professore è stato quello di andare avanti con contratti a tempo determinato (detti post-doc) partecipando, contemporaneamente, a concorsi da ricercatore, prima posizione a tempo indeterminato raggiungibile in ambito accademico. Un percorso difficile e minato da molte difficoltà: sebbene (in proporzione) non sia troppo complicato vincere una posizione da dottorando, gli assegni post-doc non sono altrettanto facili da ottenere; ma, quel che più importa, è che non si ha nessuna garanzia sul se (e con che tempi) si riesca a vincere un posto da ricercatore. Le variabili sono molte: legate alle abilità di ognuno e alla rilevanza del proprio curriculum ma anche al numero di posti banditi nel settore scientifico di competenza.
In nove anni, a Matematica a Genova, sono stati banditi soltanto quattro concorsi da ricercatore. Lo stesso dipartimento foraggia quattro borse triennali di dottorato l’anno e ne mette a disposizione altrettante senza borsa: cioè almeno trentasei precari per quattro posti a tempo indeterminato in nove anni! La forbice inizia a stringersi già nel passaggio tra dottorato e post-doc (e forse è un bene in quanto il precario scaricato dall’università è più giovane e più appetibile per il mondo del privato): il dipartimento, infatti, attualmente stanzia fondi per una sola borsa biennale ogni due anni, relegando il futuro immediato di chi ha già raggiunto il titolo di dottore di ricerca alla disponibilità finanziaria del singolo gruppo di ricerca in cui lavora. Se è vero che il mondo della ricerca è globale, è comunque chiaro che se tutti i dipartimenti d’Italia mantenessero le proporzioni genovesi i precari dell’università avrebbero davvero poca strada davanti a sé.
Cosa concludere? Che fare ricerca è un mestiere nobile ma con una posta in gioco davvero molto alta: nessuna garanzia e come unico salvagente l’estero. Conseguenze di questa situazione? Non riguardano soltanto le problematiche dei giovani che scelgono tale carriera ma coinvolgono la salute dell’intero sistema universitario: assenza di ricambio generazionale e, a lungo andare, impoverimento dei contenuti proposti agli studenti. Un sempre minore volume di ricerca svolto dai nostri atenei che scompariranno al cospetto di quelli degli altri stati, più produttivi.

martedì 28 febbraio 2012

Varie: Bartocci, gol/ non gol, Torino e Savona

Segnalo qua e là due o tre cose senza un particolare filo conduttore:

1) Questo articolo, il cui testo tale e quale ho letto su repubblica, in cui Odifreddi recensisce l'ultimo libro divulgativo di Bartocci.. E' divertente perchè, oltre a recensire l'opera recensisce anche un po' l'autore definendolo "uomo di multiforme ingegno" e "umanista rinascimentale".. Personalmente, al di là del piacere di leggere che il lavoro di divulgazione di qualcuno dei prof genovesi ha un'eco di scala nazionale, leggendo recensioni come queste scopro sempre quanto mi senta distante da tematiche e aneddoti trattati.. Non è un po' maniacale continuare a fare le pulci ai greci e alla loro geometria?

2) Gli strascichi di Milan - Juve che vanno ben al di là del calcio giocato. Un telecronista (Pellegatti) che insulta deliberatamente l'allenatore della Juve durante la sua telecronaca su Mediaset Premium. E le dichiarazioni di Buffon il quale, con infinita onestà, dice che se anche fosse stato sicuro che il gol di Muntari (palla respinta dalle mani del portiere abbondantemente oltre la linea) era effttivamente gol mai sarebbe andato dall'arbitro a confessarlo. Polverone di reazioni ipocrite, prima tra tutte quella del capo degli arbitri Nicchi che dice che uno può pensarlo ma non dirlo, in particolare se è capitano della nazionale.. Io sono per Buffon e condivido quello che dice De Rossi: salvare una palla oltre la riga non è segnare di mano o tuffarsi in area senza essere neppure sfiorati.. Sono due scorrettezze ben diverse: la prima fa parte delle dinamichde di gioco mentre nelle altre c'è dolo.. Considerazione finale: Buffon fa il giocatore e non l'arbitro. L'arbitro c'è apposta per fare l'arbitro.

3) Due cose che non sapevo e in cui mi sono imbattuto a Torino. Il teleriscaldamento che qui è parecchio diffuso e che pare essereuna buona idea se associato a termovalorizzatori. E i corsi tenuti dall'università di torino per studenti lavoratori: pare (non sono riuscito a trovare un sito che ne parlasse) che, oltre a dispense ben organizzate per ogni corso di studi, ti forniscano anche i filmati delle lezioni svolte e la possibilità di dare esami di sabato.

4) Il "fuorionda" relativo ad un consiglio comunale di Savona in cui in un dialogo tra consiglieri uno chiede esplicitamente all'altro più sedute "perchè se no qui non si guadagna un cazzo!".

martedì 4 ottobre 2011

Il Fatto e l'Unige

Qualche giorno fa è uscito qui un articolo sul Fatto (e per una volta sono io a citarne un articolo) a proposito della fuga di un cervello da ingegneria navale a Genova verso nientemeno che il MIT di Boston.

L'articolo è strappalacrime e descrive una realtà da operetta, ma fin qui niente di particolare. Se non che oggi ho avuto modo di parlare con un suo collega che mi ha dato una versione totalmente diversa da quella descritta nell'articolo (o meglio quella che si desumerebbe dai toni utilizzati nell'articolo). Riassumendo, disse: tal Stefano si è preso il merito di un progetto su cui hanno lavorato in tanti e va a Boston per un anno soltanto. Ci va perchè pagato dalla Nato: fosse stato il MIT a doverlo pagare la storia sarebbe diversa. I fronzoli di cui l'articolo è zeppo, oltre a non essere veritieri sono frutto del regalo di un amico (il giornalista).

Curiosamente, alcuni commenti non vanno molto distanti da quelli della mia fonte: siccome è complicato andarli a cercare, ne copio e incollo qualcuno..

DeepestBlue:

Premetto che riconosco la situazione drammatica nella quale versano miseramente l’Università e la Ricerca in Italia, e che ritengo significativo (e poco confortante) il fenomeno della ‘fuga di cervelli’ all’estero. Tuttavia rimango colpito da quanto leggo in questo articolo, soprattutto perchè scritto da una redazione che (fino ad oggi) ritenevo scrupolosa e affidabile nella ricerca e nella verifica delle informazioni.

BASTA DIGITARE SU GOOGLE I NOMI FERRUCCIO SANSA E STEFANO BRIZZOLARA PER CAPIRE CHE PROBABILMENTE QUESTO ARTICOLO NON BRILLA PER OBIETTIVITà: NONOSTANTE IN ITALIA IL PROBLEMA DELLA RICERCA E DELL’UNIVERSITà ESISTA ECCOME, RITENGO POCO FELICE L’ESEMPIO RIPORTATO. PIù CHE UNA DENUNCIA MI SEMBRA IL FAVORE DI UN GIORNALISTA AD UN AMICO, TIPICAMENTE ITAIANO.

Sono un ingegnere laureato nel dipartimento (storico e riconosciuto in tutto il mondo) dove Brizzolara era tenutario di alcuni corsi di laurea e frasi del tipo “alla sua università dedicava dodici oredi lavoro al giorno, dalla mattina a notte fonda (…) Senza troppi sabati e domeniche, passava le giornate con gli studenti” mi hanno colpito nel profondo.
Sì, perchè ogni volta che io (come tutti gli altri studenti) l’ho cercato per questioni ordinarie (spiegazioni, esercitazioni, etc.) mi sono trovato di fronte ad un fantasma: non era mai in ufficio e quando c’era era frettoloso perchè c’erano schiere di studenti assiepati alla porta (che come me lo aspettavano da settimane). Mi chiedo se si possa davvero dire che “Stefano punta tutto sulla ‘sua’ Facoltà” ma il fatto che esista “L’affermato studio del padre” mi offre probabilmente una definitiva chiave di lettura.

Per quanto riguarda il ricorso al Tar, trovo scandaloso che sia stato lui a presentarlo dopo essere stato escluso dalla graduatoria del concorso in favore di persone davvero dedicate alla didattica e alla ricerca, davvero disponibili nei confronti degli studenti, che davvero dedicano (e da molto tempo) quotidianamente la vita all’Università, la LORO Università.

Trovo infine patetiche alcune considerazioni dell’articolo: faccio proprio fatica ad avere compassione di un povero ricercatore (?) che “…amen se a fine mese si portava a casa uno stipendio che bastava appena per campare” che festeggia con gli amici in “una casa affacciata sul mare da cui si vede tutta Genova” la sua partenza verso le Americhe per la quale dovrà a malincuore rinunciare alla sua “barca ormeggiata in porto per le gite della domenica”.

Fino ad oggi ho considerato il Fatto Quotidiano come un punto di riferimento per l’informazione, sempre in grado di fornire un punto di vista lucido, completo e imparziale di ciò che descrive. Da oggi mi vedo costretto a rivedere questo pensiero.

fabiofi:

Interessante. C’é anche da dire che l’articolo è molto impreciso su altri aspetti. Brizzolara, che è certamente un ottimo ricercatore, non è professore al MIT, ma solo visiting professor al MIT (cioé un ospite, come tanti), per un anno massimo due. Non è stato chiamato “per chiara fama”, ma ha applicato e la sua applicazione è stata supportata da un professore del MIT. Inoltre Brizzolara risulta ancora oggi ricercatore dell’Università di Genova (al database del Miur). Immagino (ma è una supposizione) che abbia preso un anno sabbatico, e se questo è il caso allora riceve ancora lo stipendio dall’Università di Genova. In ogni caso, se tra un anno il MIT non lo assumerà come professore, potrà tornare in Italia trovando il suo posto intatto. Peraltro è vero che ha perso un concorso di associato, ma in precedenza non è stato trattato malissimo, ha conseguito il dottorato di ricerca nel 2000 e ha vinto (candidato unico) il concorso da ricercatore nel 2001. non male. Capisco che abbia fatto un ricorso, immagino giustamente, per un concorso da associato perso, ma insomma trattare così un’università che continua a tenergli il posto mentre è in visiting al MIT mi sembra un tantinello poco elegante. Peraltro, pur essendo certamente molto bravo (ma l’ingegneria navale non è il mio campo e quindi potrei non valutare correttamente), a oggi su Scopus risultano a suo nome 8 articoli su rivista e 8 proceedings di congressi. In tutto 5 citazioni. Come molti altri ricercatori italiani in ingegneria navale (dati Scopus) in Italia. Il problema naturalmente non è lui (ripeto certamente molto bravo), ma il giornalista che ha approfittato per scrivere un pezzo pieno di errori e lacrimevole. Come lettore mi aspetteri un rigore molto maggiore nel controllo delle fonti da parte dei giornalisti del Fatto, anche se conoscenti di lunga data dell’intervistato.


Da parte mia aggiungo solo che dispiace che per una volta che si parla dell'Università di Genova ne debba venir fuori un articolo così scadente se non disonesto..

mercoledì 18 maggio 2011

La biblioteca più vasta della Liguria


Credo che siano in pochi a saperlo, come spesso accade per le tante meraviglie nascoste del centro storico della mia città di adozione, ma i dodicimila metri quadrati in stile Liberty dell'ex hotel Colombia a Principe appena ristrutturati ospiteranno la nuova biblioteca dell'università di Genova. Sarà la più grande biblioteca regionale mai aperta, almeno a detta della redazione genovese di Repubblica.
Scrivono che mercoledì prossimo -ovvero oggi? forse mercoledì prossimo? non è chiaro- dalle 15.30 per circa un'ora sarà visitabile per la prima volta: io, fossi in Italia, non me lo perderei, poi fate voi!!

martedì 29 marzo 2011

Ricercare all'estero

Pubblico il link al post di un ricercatore italiano che lavora nel Regno Unito.
Una bella testimonianza, l'ennesima, di come siano distanti le mentalita' italiane da quelle inglesi in materia di ricerca, universita', selezione della classe dirigente e non solo.

Dite che devo rimanere qui??

giovedì 2 dicembre 2010

Link – 2 Dicembre

  • Ivan Scalfarotto e Luca Sofri sul caso Wikileaks;
  • Interessante e criticabile post di Odifreddi sulla riforma Gelmini e sulle manifestazioni di questi giorni;
  • Una triste storia raccontata da Gilioli;
  • La morte di Monicelli: la riflessione di Giovanni Fontana, il post di Spinoza e una bella intervista al regista pubblicata da Matteo Bordone;
  • Video ben fatto e molto interessante sullo sviluppo del benessere in 200 nazioni negli ultimi 200 anni;
  • Gianni Mura parla del Barcellona come una delle migliori squadre di sempre, vista la mia non celata passione per questa squadre, non posso che condividere!
  • Infine, tre gallerie fotografiche da Big Picture: la guerra al narcotraffico in Brasile, i 50 anni dall’elezione di Kennedy in America (sono bellissime queste foto degli anni ‘60) e infine un calendario dell’Avvento con una foto al giorno del telescopio Hubble.

O cosi o pomi

Il giorno dopo le proteste di studenti fuori corso e professori baroni in tutta Italia per l'approvazione alla camera della riforma universitaria, ecco come il ministro Gelmini Maria Stella difende nel merito il suo provvedimento... dal Fatto Quotidiano on-line.

martedì 16 novembre 2010

Università & Tremonti

Qui l'articolo di Repubblica che spiega quello che, secondo la deputata del Pd, Rosa De Pasquale, sarebbero i trucchetti del governo (Tremonti, in particolare) per non stanziare nuovi finanziamenti alle università pubbliche, e su come lo stesso Tremonti in questi giorni abbia cancellato i tagli a quelle private.

Difficile dire con obiettività e certezza chi abbia ragione, bisognerebbe arrivare alle carte e conoscere il modo di capirci qualcosa.

mercoledì 21 aprile 2010

Associazione studenti africani

Oggi la mia piatta giornata lavorativa è stata interrotta dall'irruzione di uno studente africano (così si è presentato) che mi domandava soldi. Qualche ora fa mi arriva questa mail da un ragazzo del Disi (la mail è firmata ed indirizzata a tutto il dipartimento):

Due ragazzi di colore sono passati cinque minuti fa nella stanza dottorandi 210.
Dichiarano di raccogliere fondi per una "associazione studenti africani".
Però a quanto pare la prima hit di google con questa stringa parla di truffa.

http://blog.panorama.it/italia/2009/02/11/associazione-studenti-africani-la-truffa-e-servita/

Appena glielo abbiamo detto sono andati via...


Dal momento che ormai si presentano ogni anno con buona cadenza e oso pensare che non si presentino soltanto a matematica, mi è sembrata buona cosa farne pubblicità sul blog. (E poi questo blog era così equo e solidale che non sono riuscito a resistere alla tentazione di buttar lì un po' di cattivi sentimenti..).